Il Consiglio di Stato respinge il ricorso di Airbnb sulla tassazione delle locazioni brevi

Accolto il ricorso di Federalberghi. Ora scatta il recupero di 130 milioni di imposte evase nel 2017. 

0
426
airbnb tasse

Il Consiglio di Stato ha respinto, dichiarandolo inammissibile, il ricorso presentato da Airbnb Ireland per chiedere la disapplicazione dei provvedimenti in materia di tassazione per le locazioni brevi, dando così torto ad uno dei colossi della nuova economia digitale che ha prosperato sul mercato delle locazioni brevi ad uso turistico, facendo di fatto una concorrenza sleale nei confronti degli alberghi.

Secondo quanto affermato dallo stesso Airbnb nel ricorso, nel 2017 gli “host” hanno ricavato circa 621 milioni di euro, sui quali il portale avrebbe dovuto effettuare e versare ritenute per circa 130,4 milioni di euro. Trattenute mai eseguite complice anche la stiuazione “grigia” dell’economia digitale con sedi legali delle aziende poste nei paesi con fiscalità di vantaggio, ma con servizi erogati via internet senza più alcun confine fisico.

Federalberghi è intervenuta nel giudizio per promuovere la trasparenza del mercato e tutelare tanto le imprese turistiche tradizionali quanto coloro che gestiscono in modo corretto le nuove forme di accoglienza rispettando obblighi fiscali e normative di sicurezza, igiene e prevenzione, cose che comportano il sostenere determinati costi che pesano sulla tariffa finale.

Federalberghi, nell’esprimere apprezzamento per la decisione del Consiglio di Stato, confida ora che «l’Agenzia delle Entrate provveda al più presto al recupero di quanto dovuto e che i comuni italiani smettano di sottoscrivere accordi con soggetti che non hanno vergogna di evadere le tasse e di prendersi gioco delle leggi dello Stato».

Per Marco Michielli,presidente di Federalberghi Veneto, «la situazione era insostenibile, con Airbnb che non voleva nemmeno pagare il trattamento di favore riservato alle organizzazioni come lei che prevede una cedolare secca del 20%, meno della metà cui è sottoposta una normale azienda alberghiera, esposta di fatto ad una pesante concorrenza sleale. Una concorrenza, si noti bene – sottolinea Michielli – non da un singolo privato, ma da realtà che gestiscono anche diverse centinaia di appartamenti con un’organizzazione tipicamente imprenditoriale. E’ ora che tutti i grandi protagonisti dell’economia digitale vengano messi in riga e sottoposti alle stesse condizioni fiscali, normative ed operative in cui devono lavorare le aziende normali. Non è più tollerabile che si possa prosperare basandosi sull’evasione fiscale».