Voucher per la digitalizzazione, anche il Mise discrimina il NordEst: alla Campania 5 volte le risorse del Veneto

D’Onofrio (Confapi Padova): «il Sud ha bisogno di misure strutturali, non di un assistenzialismo che finisce col discriminare le imprese del Nord». 

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voucher per la digitalizzazione

Una beffa dietro l’altra. Che prevede, come ultima tappa, una vera e propria discriminazione. I voucher per la digitalizzazione delle Pmi fanno arrabbiare gli imprenditori del Nord Italia e in particolare quelli del Veneto, che, come evidenzia Fabbrica Padova, centro studi di Confapi, si sono visti assegnare meno di un quinto delle risorse stanziate per la Campania e circa un terzo di quelle finite in Puglia.

Sono 14,6 i milioni di euro destinati agli imprenditori della Regione, contro, ad esempio, i 20,6 che andranno a favore degli imprenditori abruzzesi, i 23,8 per i colleghi calabresi, i 37,9 per quelli siciliani e, appunto, i 40,5 indirizzati alla Puglia e, addirittura, i 77,5 milioni di euro riservati alla Campania. Ma è il caso di ripercorrere l’intera storia di uno strumento che doveva essere nelle intenzioni del ministero dello Sviluppo economico un prezioso incentivo a investire sulla digitalizzazione dei processi aziendali e che si è rivelato tutt’altro, delusione dopo delusione… anno dopo anno. Con una precisazione: attenzione alle date.

Si comincia dal decreto attuativo del decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 145 (il cosiddetto “Destinazione Italia”), di concerto tra il ministro dello Sviluppo economico e il ministro dell’Economia e delle finanze, che ha istituito, a beneficio delle micro, piccole e medie imprese, un contributo, assegnato tramite la concessione di un voucher, di importo non superiore a 10.000 euro per l’adozione di interventi di digitalizzazione dei processi aziendali e di ammodernamento tecnologico, stanziando 100 milioni di euro.

Da qui si passa attraverso altri cinque decreti per lo stanziamento delle risorse con il via libera per presentare le domande dal 30 gennaio al 9 febbraio 2018 – più di quattro anni dopo il primo decreto – con una copertura del 50% del totale delle spese ammissibili. Vengono presentate le domande, e si arriva al decreto del 14 marzo che precisa che potrà essere coperto circa il 16% del contributo inizialmente richiesto (ovvero l’8% del valore dell’investimento) perché le risorse stanziate non sono sufficienti a fare di più, visto che il bando prevedeva un sistema a riparto e non achi presenta la domanda per primo. Visto l’elevato numero di domande, con decreto del 23 marzo 2018 vengono aumentate le risorse iniziali di altri 242,5 milioni di euro, portando la dotazione totale a 342,5 milioni, ma precisando che l’80% delle nuove risorse stanziate sarà destinato a progetti delle imprese localizzate nelle aree del Mezzogiorno.

Si giunge così al decreto direttoriale del 1 giugno 2018 che chiarisce tutto: per il Veneto le risorse sono pari a circa poco più del 25% del contributo richiesto (ovvero il 12,5% dell’investimento). Per capirci: un’azienda veneta che investa 20.000 euro nella propria digitalizzazione, stando al primo decreto avrebbe potuto riceverne 10.000 in copertura, mentre, alla fine della fiera, scopre che al massimo ne riceverà 2.585,38. Ovvero rendendo decisamente meno conveniente l’investimento.

«Intendiamoci, la questione meridionale è prioritaria per l’Italia. Ma proprio per questo motivo il rilancio delle imprese del Mezzogiorno deve passare attraverso misure strutturali che favoriscano il sistema produttivo e l’occupazione in modo stabile e duraturo, non certo attraverso misure spot come quelle adottate in questo caso, che hanno tutte le caratteristiche dell’assistenzialismo e poco a che fare con lo sviluppo economico – osserva Davide D’Onofrio, direttore di Confapi Padova, Associazione delle piccole e medie industrie del territorio -. Da una simile assegnazione delle risorse, per contro, sortisce un solo effetto, quello di accrescere il malcontento degli imprenditori del Nord Italia che, a buon diritto, si sentono discriminati. Il tutto a concludere un percorso, quello dei voucher per la digitalizzazione delle Pmi, a dir poco travagliato: parliamo di investimenti di piccola portata, fattibili con qualche migliaia di euro. L’idea di poter percepire un contributo del 50% su un importo massimo di 20.000 euro per molti piccoli imprenditori poteva valere come un ottimo incentivo per sviluppare quelle innovazioni digitali sempre meno procrastinabili. Con quale faccia si può dire loro che, dopo 4 anni e mezzo di attesa, saranno presi in giro in questo modo?» Con in più la beffa che per presentare la domanda di finanziamento, le aziende hanno pure dovuto spendere tempo e denaro per essere prese per i fondelli.mise voucher digitalizzazione