In Italia ci sono 3,3 milioni di lavoratori in nero, record al Sud mentre NordEst è virtuoso

Sottratti al fisco 42,6 miliardi di euro. Cgia: «ripristinare i voucher per contenere il fenomeno». Marcato: «in Veneto l’evasione più bassa, un terzo di quella della Calabria». 

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Sono 3,3 milioni i lavoratori in nero che ogni giorno si recano nei campi, nei cantieri, nei capannoni o nelle case degli italiani per prestare la propria attività lavorativa. Pur essendo sconosciuti all’Inps, all’Inail e al fisco, gli effetti economici che producono questi soggetti sono importanti e pesantissimi.

Secondo le ultime stime elaborate dall’Ufficio studi della Cgia, questo esercito di irregolari genera 77,3 miliardi di fatturato in nero all’anno, sottraendo al fisco un gettito di 42,6 miliardi di euro. Un importo, quest’ultimo, pari a oltre il 40% dell’evasione di imposta annua stimata dai tecnici del ministero dell’Economia e  delle Finanze.

A rimetterci non sono solo le casse dell’erario, ma anche le tantissime attività produttive e dei servizi, le imprese artigianali e quelle commerciali che, spesso, subiscono la concorrenza sleale di questi soggetti. Questi lavoratori in nero, infatti, non essendo sottoposti ai contributi previdenziali, a quelli assicurativi e a quelli fiscali consentono alle imprese dove prestano servizio – o a loro stessi, se operano sul mercato come falsi lavoratori autonomi – di beneficiare di un costo del lavoro molto inferiore e, conseguentemente, di praticare un prezzo finale del prodotto/servizio molto contenuto. Prestazioni, ovviamente, che chi rispetta le disposizioni previste dalla legge non è in grado di offrire.

«Nel Sud, ad esempio, dove la presenza è diffusissima – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi dell’Associazione artigiani di Mestre, Paolo Zabeo – possiamo affermare che il sommerso è anche un vero e proprio ammortizzatore sociale. Sia chiaro, nessuno vuole giustificare il lavoro nero legato a doppio filo con forme inaccettabili di caporalato, sfruttamento e mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro. Tuttavia, quando queste forme di irregolarità non sono legate  ad attività controllate dalle organizzazioni criminali o alle fattispecie appena richiamate, costituiscono, in momenti difficili, un paracadute per molti disoccupati o pensionati che altrimenti non saprebbero come conciliare il pranzo con la cena».

Una platea di tre milioni di persone costituita da lavoratori dipendenti che fanno il secondo/terzo lavoro, da cassaintegrati o pensionati che arrotondano le magre entrate o da disoccupati che in attesa di rientrare nel mercato del lavoro sopravvivono “grazie” ai proventi riconducibile a un’attività irregolare. Per contrastare questo fenomeno la reintroduzione dei voucher potrebbe essere una prima risposta.

Oltre ai voucher, per contrastare questo fenomeno c’è la necessità, in particolar modo, di abbassare le tasse e i contributi previdenziali, di ridurre il carico amministrativo e di incentivare le misure dissuasive e di stimolo all’emersione, sostenendo, soprattutto, l’attività di controllo eseguita dagli organi preposti. Senza contare, infine, che è necessario mettere in campo una grande operazione educativa in tutti gli ambiti sociali per promuovere la cultura della legalità.

Ritornando alle cifre emerse dall’elaborazione, la regione più a “rischio” è la Calabria che presenta 146.000 lavoratori in nero, ma un’incidenza percentuale del valore aggiunto da lavoro irregolare sul Pil regionale pari al 9,9%. Un risultato che è quasi doppio rispetto al dato medio nazionale (5,2%). Questa situazione, secondo l’elaborazione della CGIA, si traduce in quasi 1,6 miliardi di euro di mancate entrate per lo Stato dalla Calabria. Segue la Campania che con 382.900 unità di lavoro irregolari “produce” un Pil in “nero” che pesa su quello ufficiale per l’8,8%. Le tasse che mediamente vengono a mancare in Campania ammontano a 4,4 miliardi di euro all’anno. Al terzo posto di questa particolare graduatoria c’è la Sicilia: con 312.600 irregolari e un peso dell’economia sommersa su quella complessiva pari all’ 8,1%, le imposte e i contributi non versati sfiorano i 3,5 miliardi di euro all’anno.

Il territorio meno interessato dalla presenza dell’economia sommersa è il Veneto: i 199.400 lavoratori in nero “causano” 5,2 miliardi di euro di valore aggiunto sommerso (pari al 3,8% del Pil regionale) che sottraggono al fisco quasi 2,9 miliardi di euro.

Un dato, quest’ultimo,  rimarcato dall’assessore allo sviluppo economico della regione Veneto, Roberto Marcato: «l’indagine della Cgia costituisce una pietra tombale sulla balla che il Veneto sia terra di evasori. I dati offrono l’occasione per due considerazioni. La prima è che viene smentita in maniera chiara e netta la falsa credenza che il Veneto sia regione di evasori. Al contrario, le risultanze reali mettono il Veneto fra le regioni che evadono di meno non solo in Italia ma in tutta Europa. E vedere che siamo all’ultimo posto per lavoro in nero fa particolarmente piacere perché viene riconosciuto il grande lavoro dei nostri imprenditori e dei lavoratori di una regione che riesce ad essere ai primi posti per il basso tasso di disoccupazione e per capacità di crescita economica»..

«La seconda considerazione – fa rilevare Marcato – è che se da una parte il reddito di cittadinanza o di inclusione è da considerare un atto di civiltà prima ancora che politico – in quanto un Paese civile deve preoccuparsi soprattutto dei più deboli – dall’altra parte bisogna fare attenzione a come viene declinato. E’ necessario immaginare un provvedimento che sia anche in grado di far emergere dall’anonimato il lavoro nero. Altrimenti, il rischio potrebbe essere quello di trovarci a creare una nuova paradossale situazione di figure che risultano disoccupate, ma lavorano in nero e per di più ricevono aiuti dallo Stato. Questo sarebbe del tutto inaccettabile e un affronto per tutti coloro che, come i Veneti, pagano le tasse e contribuiscono al benessere economico del Paese».

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