Manovra del popolo: la Lega delude le attese delle imprese e delle Partita Iva del Nord

La Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza contiene parecchie “sorprese” per chi fa economia e produce quella ricchezza che sarà bruciata nell’assistenzialismo grillino. 

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Attorno ai conti dello Stato italiano per il 2019 e gli anni a venire girano ancora troppi dubbi, specie per la “quadratura” dei numeri di bilancio, che ad una prima lettura appaiono decisamente stiracchiati per coprire i numerosi buchi contenuti nella manovra del popolo, tant’è che la Lega delude le attese delle imprese e delle Partita Iva del Nord.

Tra le tante cifre buttate nel documento, quelle più credibili riguardano la spesa per gli interessi al servizio del mostruoso debito pubblico, rivista al rialzo dopo le tensioni sull’andamento dei corsi dei titoli di Stato delle ultime settimane, per un conto totale che supera i 10 miliardi di euro (1,9 nel 2018, il resto nel 2019 e nel 2020). Debito pubblico stimato in crescita di altri 41 miliardi di euro per il solo 2019. Costi che vanno ad aggiungersi alla capitalizzazione di Borsa bruciata dalle intemerate pro spesa pubblica felice & allegra di uno dei due vicepremier di lotta e di governo, il quaglione Luigi Di Maio.

Anche in numeri messi nero su bianco relativi alla crescita del Pil tricolore paiono più un atto di esorcismo economico che dettati dalla cruda realtà. Il governo Conte ha stimato un aumento del Pil pari all’1,5% nel 2019 e all’1,6% nel 2020, per poi «crescere più rapidamente del resto d’Europa». Un auspicio decisamente illusorio, visto il rallentamento in esseredell’economia nazionale, che difficilmente potrà essere invertito solo a suon si spesa come la revisione della legge Fornerosulle pensioni, la mini “flat tax” su imprese e Partite Iva, e dal reddito di cittadinanza, con praticamente zero interventi di politica industriale e di investimenti pubblici. Più che una seria politica di sviluppo consolidata, sembrerebbe un assegno circolare firmato in bianco per acquistare il consenso in vista delle prossime europee da parte dei grillini con lo strano silenzio della Lega che così abiura alla base del suo consenso elettorale.

Il volano della crescita economica che dovrebbe innescarsi con il reddito di cittadinanza rischia di cadere ancora prima di salire, visto che erogare 9 miliardi di euro ad una platea di 5 milioni di persone equivale a dare a ciascun avente dirittozingari vari, immigrati e richiedenti asilo vari che avranno quasi matematicamente la precedenza sugli italiani realmente bisognosi – 1.800 euro, che spalmati su nove mesi (da aprile mese d’avvio del “dono Di Maio” a dicembre) fanno appena 200 euro a testa, un importo decisamente differente dai 780 euro a testa e al mese strombazzati dalla comunicazione pentastellatache ha fatto credere a molti di avere diritto ad un’erogazione secca di 780 euro per disoccupato, quando già ora circolano molti distinguo relativamente all’effettiva erogazione di quest’importo.

Di sicuro, la manovra del popolo contiene altre “chicche”, molte delle quali indigeste a chi fa impresa e professione. Anche se è previsto l’incremento del deficit pubblico per circa una ventina di miliardi per soddisfare le necessità di spesa di Lega e M5s, questo non basterà a soddisfare tutto il fabbisogno di cassa. Così, è già certo un inasprimento fiscale sotto forma di tagli agli sconti e di rincari degli acconti delle imposte sui redditi: «ulteriori aumenti di gettito proverranno da modifiche di regimi agevolativi, detrazioni fiscali e percentuali di acconto d’imposta» è scritto nella Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, mantenendo così invariata la “barra” di navigazione rispetto ai governi di quel centro sinistra tanto vituperato dagli attuali maggiorenti di governo. Nell’accrescere gli anticipi, oggi sono pari al 98% per l’Irpef e al 100% per l’Ires, c’è tanto di vecchio, tanto che il trucchetto era già stato adottato da Enrico Letta nel 2013.

Addio anche all’aiuto alla crescita economica (Ace), agevolazione che prevede la detassazione del rendimento del capitale proprio introdotta nel 2011, diffusa soprattutto nelle regioni produttive del Nord Italia e bacino elettorale della Lega, che interessa quasi 1,2 milioni di imprese: per molte di queste il cambio con la riduzione dell’aliquota Ires sugli utili reinvestiti sarà negativo, provocando un aumento del carico fiscale.

Anche la tanto attesa “flat tax” sulle professioni e piccole imprese di fatto si è ridotta ad un petardo bagnato, visto che sembra che i limiti vigenti (5.000 euro/anno di collaborazioni esterne e 20.000 euro per investimenti) non saranno rivisti al rialzo, con il risultato che l’aver raddoppiato il tetto per il “forfettone” impedisce a queste realtà di crescere, visto che s’impediscel’assunzione di almeno un collaboratore (il cui costo supera grandemente il tetto dei 5.000 euro) e anche d’investire (20.000 euro si superano d’un soffio se uno acquista una semplice utilitaria o un furgone). Meglio sarebbe stato prevedere il “forfettone” su un reddito netto maturato in campo al professionista o al piccolo imprenditore, lasciandolo libero di crescere e d’investire per lo sviluppo della sua attività e del Paese.

Anche sul tanto decantato sforzo da oltre 12 miliardi di euro per bloccare lo scatto delle aliquote Iva e il ritocco sulle accise dei carburanti, questo vale solo per il 2019, mentre per gli anni a venire la mannaia tributaria è già pronta a scattare, finendo con il deprimere le aspettative per la ripresa dei consumi, con le famiglie già ora decisamente più propense a tesaurizzare le scarse risorse di cui dispongono piuttosto che a spendere.

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