Reddito e pensioni di cittadinanza: al Veneto solo le briciole?

Valerio (Confapi Padova): «il territorio finanzierà oltre il 9% della misura. ma potrebbe ricevere appena il 2% dei sussidi». 

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Reddito e pensioni di cittadinanza

Reddito e pensioni di cittadinanza, i conti non tornano. E il rischio è che, alla fine, a pagare più di tutti siano quelle regioni, come il Veneto, che beneficeranno di meno delle misure in questione. Fabbrica Padova, centro studi di Confapi, ha provato a capire quanto dei 9 miliardi che il Governo intende stanziare – più uno destinato alla ristrutturazione dei centri per l’impiego – ricadranno sul territorio veneto e chi finanzierà l’intervento.

Prima, calcolatrice alla mano, ha posto in evidenza un semplice problema di numeri: se i beneficiari, come dichiarato dal ministro Luigi Di Maio, saranno 6,5 milioni di italiani, significa che in media ognuno di questi riceverà 1.385 euro all’anno, vale a dire 115 euro al mese, 73 euro in meno dei 188 euro previsti dal Reddito di inclusione introdotto dal Governo Gentiloni. Ma la nebbia avvolge anche il previsto rialzo delle pensioni di chi non arriva a percepire 780 euro al mese: in Italia, secondo i dati Inps, in totale i pensionati sono 16,1 milioni e, di questi, il 62,2% (ovvero 10 milioni di cittadini, ben oltre i 6,5 milioni!) riceve meno di 750 euro. Certo, come lo stesso ministro ha spiegato, non tutti «partiranno da reddito zero» e la misura si tradurrà in un’integrazione, che terrà conto di numerosi paletti. Ma è evidente che qualcosa non torna. E, soprattutto, non torna chi dovrà finanziarla.

In assenza di ulteriori dettagli, proprio il già citato Reddito di inclusione (Rei), già in vigore, può essere un valido parametro di riferimento. Il nucleo familiare beneficiario deve soddisfare determinati requisiti, in primo luogo reddituali. Ebbene, fanno fede i dati dell’Osservatorio statistico dell’Istat che attestano come a beneficiare del Rei e del Sia (Sostegno per l’inclusione attiva, misura precedente di contrasto alla povertà) nel 2018 siano 1.018.039 persone (840.745 più 177.294). Di queste, appena 20.688 (il 2%) sono venete (16.818 più 3.870).

Pur nell’ancora limitata chiarezza dei conti relativi al Reddito di cittadinanza, risulta difficile pensare che a beneficiarne, in percentuale sul totale, sarà un numero di cittadini tanto diverso da quello dei cittadini interessati da Rei e Sia. Lo stesso Veneto, però, versa ogni anno oltre 46 miliardi di tasse all’Erario, su 493 miliardi complessivi di introiti in Italia, vale a dire il 9,3% di quanto viene raccoltonell’intera nazione.

Qualche confronto con altre regioni dà l’idea della sproporzione tra il contributo del Veneto alle casse dello Stato e il ritorno al territorio in termini di sussidi. In Campania i beneficiari di Rei e Sia sono quasi 282.000 (238.203 più 43.511), cioè il 27,67% del totale in Italia, ma la regione versa 33.470 milioni all’erario, cioè il 6,8% dell’ammontare complessivo. In Sicilia i beneficiari delle misure oggi in vigore contro la povertà sono oltre 250.000 (209.006 più 41.292), il 24,58% del totale, ma l’apporto alle casse pubbliche è di 28,5 miliardi, meno del 5,8%.

«Attendiamo che il Governo faccia chiarezza sull’effettivo numero delle persone che potranno usufruire di Reddito e pensione di cittadinanza e, soprattutto, su come troverà i soldi per sostenere le misure, perché non dobbiamo dimenticare che potrà farlo solo incrementando il debito pubblico – ricorda Carlo Valerio, presidente di Confapi Padova -. Faccio mie le parole dell’economista Tito Boeri, presidente dell’Inps, perché intervenendo a Venezia pochi giorni fa ha ricalcato quanto avevamo sottolineato la scorsa settimana (“evasione e reddito di cittadinanza: evitare la trappola dei furbi”): in sostanza, non è trasferendo risorse da chi lavora a chi non lavora che si sostiene la crescita. Proprio l’esperienza del Veneto insegna, al contrario, che la crescita si sostiene con più lavoro e più alta produttività. Un percorso di successo è alleggerire gli oneri su chi lavora. Muoversi nella direzione opposta, triplicando l’afflusso di chi va in pensione e di chi non lavora, significa colpire la fiscalità generale. Quel 2,4% in più sul debito pubblico, che è già il più alto d’Europa, si traduce in ulteriori interessi da pagare per consentire misure che non sembrano affatto andare né nella direzione del rilancio economico della nazione né, tantomeno, in quella dello sviluppo del mercato del lavoro. Non dimentichiamo – prosegue Valerio – che l’aumento del debito, e quindi del deficit, si ripercuoterà nel medio termine sulle tasche degli italiani, che saranno costretti a versare più tasse allo Stato per pagare gli esosi interessi maturati. È davvero di questo che ha bisogno l’Italia?» A Di Maio e Salvini la risposta.

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