Con lo spread ai livelli correnti, il debito pubblico italiano costa 4,5 miliardi in più

L’aumento dei tassi d’interesse comporta un costo per la gestione degli oltre 2.300 miliardi di debito statale di 80 miliardi nel 2019, contro i 69,4 miliardi del 2016. 

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debito pubblico italiano

La situazione economica italiana è allarmante, soprattutto ora che le avvisaglie di un calo della crescita economica si stanno materializzando in termini di calo della produzione industriale, calo dell’inflazione e aumento della tesaurizzazione di famiglie e imprese che non spendono, con immediate ricadute sul debito pubblico italiano.

A questo poco idilliaco quadro, si aggiungono le dichiarazioni, spesso avventate, degli esponenti del governo Conte-Di Maio-Salvini, che fanno allarmare gli investitori, con l’aumento del differenziale (spread) sui tassi d’interesse del debito pubblico italiano(e, a cascata, anche sui tassi applicati dal sistema creditizio ai presiti per le imprese e ai mutui per le famiglie).

Per il prossimo triennio il costo del servizio sul mostruoso (oltre 2.300 miliardi di euro) debito pubblico italiano è destinato a salirein modo consistente. Secondo le tabelle allegate alla legge di bilancio, la previsione è di spendere 79.891 milioni di euro nel 2019, con la crescita di 4,56 miliardi rispetto al 2018 (75,3 miliardi), fino ad arrivare a ben 87,8 miliardi di euro nel 2021 (+12,5 miliardirispetto al 2018 e ben 18,4 miliardi rispetto al 2016).

Dalla formazione del governo Conte-Di Maio-Salvini ad oggi, il costo del servizio del debito pubblico italiano rispetto a quello tedesco (il migliore sul mercato creditizio europeo) è viaggiato con un differenziale dei tassi costantemente al di sopra dei 200 punti, con il picco di quota 325 raggiunto il 18 ottobre scorso, nel pieno della diatriba politica tra pentastellati e leghisti sulla famosa “manina” che ha armeggiato tra i numeri della legge di bilancio e sul condono, salvo galleggiare attorno a quota 300 nelle ultime settimane.

Al ministero delle Finanze le cifre hanno ballato non poco nella preparazione del bilancio dello Stato 2019 (e programmazione triennale 2019-2021): si è partiti da quota 240 agli inizi di settembre, per poi arrivare a quota 260 e arrivare ora a quota 295. Tutti numeri destinatia sballare non poco le velleità di spesa dei due ascari di governo, Luigi Di Mario e Matteo Salvini, i quali hanno dinanzi a sé due alternative: o aumentare le già elevatissime tasse, oppure tagliare sulla spesa (e sulle promesse). Due strade entrambe dure e difficili da percorrere, specie in vista delle elezioni europee e della necessità di foraggiare il consenso.

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