Unindustria Pordenone lancia l’autostrada Cimpello–Gemona

Presentato lo studio sulle sfide economico – infrastrutturali del territorio. In cima alla lista delle priorità il completamento della superstrada, unica soluzione per arginare i volumi di traffico che proverranno dalla Pedemontana Veneta. 

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autostrada Cimpello – Gemona
Unindustria Pordenone, da sx direttore Paolo Candotti, presidente Michelangelo Agrusti, Sergio Maset

L’adeguamento dell’infrastruttura stradale (ad iniziare dall’autostrada Cimpello-Gemona) e ferroviaria pordenonese alle mutate esigenze del quadro geoeconomico locale, nazionale e internazionale non può attendere. Un assunto che Unindustria Pordenone, con il presidente Michelangelo Agrusti, ribadisce dal 2012 e attorno al quale ha investito tempo e risorse significative per offrire agli rappresentanti della comunità locale un contributo concreto a individuare la miglior strategia d’uscita possibile. Concetti ribaditi nella presentazione dell’indagine “Pordenone e le sfide economico-infrastrutturali dei prossimi anni” realizzata da Sergio Maset.

«Il gap infrastrutturale va colmato nel minor tempo possibile – ha detto Agrusti – altrimenti la competitività dell’intero Friuli Venezia Giulia, quindi non solo di questo territorio, ne risentirà. La questione, non certo campanilistica, è costruita attorno a dati inoppugnabili e noi siamo concentrati sulla necessità che la Regione ci segua. Prendiamo, in cima alla lista delle priorità, quelli sul completamento improcrastinabile della Cimpello–Gemona, un’arteria da ultimare e trasformare in autostrada. Entro il 2020 la Pedemontana Veneta sarà ultimata ed improvvida sarebbe la prospettiva di farsi trovare impreparati, pena una congestione di traffico insostenibile».

Secondo Maset, rispetto alla Pontebbana la nuova strada permetterebbe di risparmiare 25/30 minuti e 15 chilometri di strada. Il trasferimento di traffico, non da ultimo, consentirebbe di ridurre l’impatto socio ambientale della statale 13 permettendo di generare minore inquinamento. Infine, Pedemontana (o autostrada) Friulana significherebbe maggiore rapidità nelle percorrenze, «ergo – ha concluso Agrusti – un bacino occupazionale più ampio per le imprese e minori rischi di marginalizzazione per le aree interne montane. Senza dimenticare gli interventi altrettanto necessari su Ponte Meduna».

Necessità urgenti rafforzate da macrodati positivi che, come ha sottolineato il direttore di Unindustria, Paolo Candotti, sono diretta conseguenza del dinamismo imprenditoriale nostrano. «Il fatto che nell’ultimo trentennio o poco meno il Friuli Occidentale abbia sostenuto la crescita demografica della regione (12,5% a fronte del 16-17% di Gorizia e Udine e del 24% di Trieste) dimostra l’esistenza di opportunità di lavoro, di studio, di vita sociale e di qualità della vita in senso più ampio. Ma spiccano anche – ha detto ancora Candotti – l’elevato tasso di occupazione e la minor dipendenza dall’impiego pubblico. Significa che dinamismo, produttività e competitività del territorio sono perlopiù dovute all’iniziativa privata. Questo ha voluto dire, negli anni – altra faccia della medaglia – non poter contare su un ammortizzatore sociale quindi riconversione e ristrutturazioni riconvertirsi. Sono i dati a dimostrare che ci siamo rimboccati le maniche».

La resilienza del tessuto produttivo Pordenonese di cui parla Candotti trova ragione anche nel fatto che qui è localizzato il 26% delle unità locali di industria e servizi con il 41% delle imprese dell’industria con almeno 50 addetti. La Destra Tagliamento ha inoltre un tessuto produttivo in cui la metalmeccanica e la manifattura hanno un peso predominante in Regione (39% contro 28% della media regionale del 28%).

Lo studio ha confermato inoltre l’elevata vocazione all’export (oltre 3,8 miliardi di euro nel 2017 che significa aver raggiunto i livelli precedenti il 2008 con una quota di export sul valore aggiunto pari al 43% (dato medio 2011-2015) a fronte del 36% di Udine (solo il dato di Gorizia è più alto per la specificità dell’export generato da Fincantieri). Le merci, come ha dettagliato Maset, viaggiano perlopiù verso l’Europa dell’Ovest (37%), dell’Est (15%) e del Nord (14%). L’asse centro-occidentale europeo (dall’area franco-tedesca alla penisola iberica alle isole britanniche e scandinave) copre il 56% delle esportazioni.

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