Autonomia: Di Maio rallenta gli entusiasmi per una rapida soluzione

Il leader Cinque Stelle: «il 15 febbraio sarà avviata la trattativa con le regioni, ma sarà un percorso lungo e complesso». 

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Secchiata di acqua gelata sul percorso di maggiore autonomia delle regioni ordinarie, ad iniziare da Veneto, Emilia Romagna e Lombardiache per prime hanno iniziato un percorso cui si sono accodate anche altre realtà, ad iniziare dalla Liguria.

A raffreddare gli ardori autonomistici del governatore del Veneto, Luca Zaia, una dichiarazione del vicepremier e leader grillino, Luigi Di Maio, che alla vigilia di Natale ha puntualizzato che «il principio generale è che l’autonomia non deve danneggiare le altre regioni, ma deve permettere a quelle popolazione che l’hanno chiesta di averla, e quindi nell’ambito dello statuto ordinario. Non stiamo creando uno statuto speciale, stiamo creando delle regioni che hanno un’autonomia maggiore sulla base del principio costituzionale vigente» aggiungendo subito dopo che «sarà una lunga contrattazione con le regioni. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ora avvierà la trattativa con le regioni. Abbiamo sostenuto i referendum di Lombardia e Veneto in passato, lo abbiamo fatto in tempi non sospetti. Eravamo insieme alla Lega a sostenere quei referendum un anno e mezzo fa». Per Di Maio «bisogna tener fede a quei referendum, bisognerà andare nella direzione dell’autonomia. Che tipo di autonomia nascerà, sarà parte della discussione. Basti pensare che le due regioni interessate, Lombardia e Veneto, chiedono due tipi di autonomia diverse. Non esiste un modello di autonomia».

Parole che hanno destato più di un allarme tra gli esponenti dell’autonomismo che, forti delle varie riassicurazioni fatte sia dal leaderdella Lega, Matteo Salvini, che dal ministro agli affari regionali, Erika Stefani, avevano più volte fissato dei paletti temporali (prima entro Natale, poi entro la fine dell’anno, poi, ancora, entro il 15 febbraio) speravano nella partenza immediata del neo autonomismo. Ma così non sarà e se tutto va bene, il prossimo 15 febbraio il premier Giuseppe Conte darà solo avvio ad un «lungo e complesso iter procedurale» di cui non esistono precedenti. Il rischio, inutile negarlo, è che dietro l’angolo i “frenatori” dell’autonomismo delle regioni del Nord Italia siano impegnati allo spasimo nell’innalzare ogni sorta di ostacoli e di cavilli al legittimo anelito autonomista delle regioni che desiderano avere più voce in capitolo nella gestione della cosa pubblica.

Lo stesso Salvini sembra fare buon viso a cattivo gioco, glissando sule scadenze certe e puntando su quelle “mobili” indefinite nel tempo: «ci siamo dati dei tempi, entro metà gennaio la decisione finale dei ministri, entro metà febbraio la proposta finale del governo alle Regioni che hanno chiesto l’autonomia. Anche altre Regioni si stanno aggiungendo, sia a Sud, sia a Nord. Credo quindi sia un passaggio storico, perché i soldi più vicini sono spesi dagli stessi cittadini, meno si ruba, meno si spreca e meno si spende. Credo quindi sia una delle altre promesse che manterremo entro la primavera anche in questo caso».

L’aspetto delle risorse da destinare all’autonomia delle regioni che l’hanno richiesta è l’altro aspetto dirimente di tutta la vicenda, specie da una prospettiva meridionalistica, dove sono concentrati i “frenatori”. Secondo un’analisi sul “federalismo differenziato” realizzata dal presidente dello Svimez, Adriano Giannola, e da Gaetano Stornaiuolo, docente dell’Università Federico II di Napoli, si manifestano «molte perplessità sulle modalità di finanziamento dell’autonomia differenziata: la pretesa di trattenere il gettito fiscale generato sui territori è infondata, inconsistente e pericolosa». Secondo i due autori, le richieste di autonomia avanzate dalle regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, «in assenza di riforme costituzionali», potrebbero innescare «un percorso verso un sistema confederale, nel quale alcune Regioni si fanno Stato, cristallizzando diritti di cittadinanza diversi in aree del Paese differenti mettendo così a rischio l’unità nazionale». Secondo lo studio Svimez, l’autonomia differenziata è «da promuovere se è adeguatamente motivata e se aumenta l’efficacia e l’efficienza nell’uso delle risorse, senza compromettere il requisito di solidarietà nazionale».

Proprio sul tema della “solidarietà nazionale” sta il nodo da dirimere. Fino ad ora, le regioni del Sud Italia sono state grandemente alimentate dai trasferimenti finanziari originati dalle regioni del Nord e Centro Italia, dove si concentra la principale formazione di ricchezza grazie al tessuto produttivo di cui si sono dotate nel tempo, grazie anche alla indiscussa maggiore efficienza della macchina pubblica locale. Le regioni del Sud hanno una tremenda paura che il rubinetto che le ha fino ad ora alimentate possa chiudersi o ridurre drasticamente il flusso mettendo in crisi il loro sistema. Una situazione del genere dovrebbe essere presa in mano dal governo, attivando un percorso parallelo di maggiore autonomia alle regioni che siano in grado di chiederla e di gestirla, con il relativo maggiore trasferimento di risorse, attivando al contempo un percorso serio e credibile di efficientamento delle amministrazioniregionali meridionali, compresa la regione Sicilia. Non è possibile accettare ulteriormente, specie in una prospettiva di risorse calanti causa la perdurante ridotta crescita dell’economia nazionale, sacche storicizzate di inefficienza e di spreco. Man mano che alle regioni che chiedono più autonomia si trasferiscono più risorse, si deve accompagnare le realtà meno virtuose ad un recupero di qualità nell’azione amministrativa e anche politica, con l’obiettivo finale di dare più autonomia (o di confermare quella esistente) anche a quelle regioni che ora non sarebbero in grado di gestirla.

Tutto ciò, però, non deve essere una scusa per rallentare indefinitamente il percorso autonomistico per le regioni già virtuose. Ci deve essere una scadenza certa, sia per dare più autonomia e più risorse che per recuperare efficienza laddove necessario. I tempi dell’ammuina sono passati e dalle parole è necessario passare ai fatti, anche se per qualcuno ciò potrà essere doloroso. Ma è dalla presa di coscienza della malattia che si può (in questo caso, si deve) guarire.

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