Manovra 2019 recessiva, con nuove tasse per oltre 9 miliardi e che favorisce i soliti furbi

Dalla mancata discussione parlamentare emerge un accrocchio di norme spesso in contrato tra loro, oltre che favorenti la stagnazione dell’economia. 

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manovra 2019

La manovra 2019 che vedrà la luce tra sabato e domenica prossimi sul filo di lana per evitare il tanto temuto esercizio provvisorio è una delle peggiori manovre di bilancio statale che l’Italia abbia mai avuto. Tutto ciò con buona pace di coloro secondo cui è ottima ed abbondante, con provvedimenti di giustizia ed equità sociale. Semmai è vero il contrario.

Partiamo dalla “flat tax”, una proposta buona nei suoi principi di massima, ma applicata in modo contorto e recessivo per contemperare le contrastanti esigenze di Lega e M5s. Oltre ad averla limitata ai soli lavoratori autonomi tagliando fuori tutti gli altri contribuenti, fino a 65.000 euro di fatturato si applica un regime forfettario del 15%, da 65.000 a 100.000 (in vigore solo dal 2020) del 20%. Peccato solo che si fattura 100.001 euro, allora si riapplica in toto l’attuale regime che oltre 75.000 euro prevede il 43% di imposta sul reddito. Di fatto, il messaggio implicito del provvedimento è “non crescere!” perché se il giro d’affari supererà i 100.000 euro il contribuente dovrà incassarne molte decine di migliaia in più perché netto rimanga quanto già si ottiene con 99.999 euro.

Poi, il meccanismo della forfettizzazione non rende conveniente la “flat tax” per tutti quei professionisti e lavoratori autonomi che hanno deduzioni come i mutui per la prima casa o per l’ufficio, oppure l’ammortamento di investimenti consistenti, ad iniziare dall’autoveicolo o furgone. Di fatto, anche qui un incentivo a non investire sulla propria attività, tenendosi aggiornati o modernizzare la propria struttura.

Lo stesso può dirsi per uno degli argomenti centrali della manovra 2019, quello relativo alle pensioni. La “quota 100” avrà pochi adepti, sia per la penalizzazione del divieto di cumulo tra pensione (spesso bassa) e reddito da altro lavoro, sia perché l’anticipazionecomporta una decurtazione perenne dell’assegno tanto più alta quanto questa è anticipata. E non se la passano meglio anche chi in pensione c’è già e ha la “colpa” di avere lavorato una vita versando fior di contributi, magari maturando una pensione lorda tre volte superiore al minimo, ovvero 1.500 euro lordi, equivalenti a circa 1.200 euro netti al mese. Una pensione che qualsiasi operaio con 35 anni di anzianità contributiva raggiunge tranquillamente, che molti impiegati superano e che gli ex “ricchi” quadri intermedi doppiano. Per tutti costoro è pronta la mazzata sociale e piallatrice del blocco della rivalutazione annuale che comporterà la perdita di diverse centinaia di euro su base annuale.

E quel fantasioso provvedimento che dovrebbe portare in Italia i pensionati attraendoli con il confinamento in uno dei paesini del Sud Italia con meno di 20.000 abitanti e con un munifico trattamento fiscale al 7% sui loro averi per cinque anni? Se qualcuno spera di fare rincasare le migliaia di pensionati italiani fuggiti in Portogallo che garantisce loro la totale esenzione fiscale per i primi 10 anni e poi un trattamento di favore al 10% per tutti quelli successivi è semplicemente un illuso, tanto più che in Portogallo il pensionato può stabilirsi dove vuole, anche nella capitale, dove i servizi sono di buon livello. Mica come quelli degli sperduti paesini del Meridione, dove un pensionato avrebbe seri problemi anche nell’accesso al servizio sanitario, la cui qualità è notoriamente poco elevata. Da questo punto di vista, significativo il bilancio del cosiddetto “regime dei Paperoni” che prevede il pagamento per chi trasferisce la residenza in Italia di un’imposta forfettaria di 100.000 euro sui redditi prodotti all’estero da ciascun componente della famiglia milionaria. Anchw qui, il bilancio non è stato proprio esaltante: le ultime cifre diffuse dall’ex direttore dell’agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, parla di 127 richieste totali e 114 soggetti ammessi. Decisamente pochi nonostante il trattamento decisamente favorevole del fisco italiano.

Intanto, tornando ai pensionati italiani che espatriano in paesi fiscalmente meno oppressivi incassando al lordo tutto il loro trattamento previdenziale, questi, secondo l’Inps, sono circa 400.000 sparsi in 160 Stati, titolari di 245.000 pensioni di vecchiaia, 133.000 assegni ai superstiti e poco più di 14.000 trattamenti di invalidità per un totale di circa 1 miliardo di euro erogati all’estero. Tutti soldi che non alimentano l’economia nazionale causa la miopia dei governanti di ieri e di oggi.

Altro “gioiello” della manovra 2019 è costituito dal reddito di cittadinanza che sta diventando sempre più evanescente, visto che i tanto promessi 780 euro a testa al mese per disoccupato ben difficilmente saranno tali, visto l’ammontare delle risorse disponibili e la platea dei potenziali beneficiari. Al massimo potranno anche essere 780 euro di euro, ma all’anno. Così come è ridicola la prospettiva che se il beneficiario del reddito non accetta nessuna delle tre proposte di lavoro offertegli nel raggio di 50 km dal suo luogo di residenza perdeil beneficio. In realtà del Sud Italia dove la disoccupazione è stabilmente a quota 24% già sarebbe una bella cosa averne una, con il rischio che se lo Stato non propone le mitiche tre offerte, il reddito di cittadinanza s’incasserà a vita (e il contribuente del Nord paga!), così come continuerà a scorrere allegramente il lavoro nero.

Che dire del vergognoso raddoppio della tassazione sulle organizzazioni benefiche considerate alla stregua di una normale società di capitali? Come al solito, lo Stato sa essere forte con i deboli e pavido con i forti e potenti, con quelli che del tutto legalmente (ovvio!) trasferiscono fior di utili in holding lussemburghesi o in qualche altro paradiso fiscale con il doppio vantaggio di pagare un pugno di soldi in tasse e di governare grandi gruppi con minoranze qualificate grazie al meccanismo delle azioni con il doppio voto.

A fare luce sulla reale portata della manovra 2019 c’è voluto l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), organismo super partes che analizza la portata e le conseguenze dei vari provvedimenti portati all’approvazione del Parlamento. Secondo l’Upb, nel 2019 le tasseaumenteranno passando dal 42,4 del Pil rispetto al 42% del 2018, pari a circa 7 miliardi di euro in più. A questo s’aggiunge l’inversione di rotta sugli investimenti con una riduzione di 1 miliardo per il prossimo anno dall’iniziale aumento previsto in 1,4 miliardi. La stessa crescita stimata all’1% è ritenuta decisamente sovrastimata anche se ridotta rispetto all’iniziare 1,4%. L’Upb vede «un crinale pericoloso», la manovra è «chiaramente recessiva nel 2020-21», anche perché pesano le mega-clausole Iva. E il rischio recessionec’è anche nel 2019.

Insomma, la prima manovra del governo del cambiamento guidato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio è all’insegna del “vecchio”, con più tasse e oneri per tutti, oltre che prorogare nel tempo la convinzione che l’Italia è una repubblica fondata sui furbi. Non ci resta che sperare in un’altra trazione, quella dello Stellone italico.

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