Produzione industriale in decisa frenata a novembre 2018

Aumenta il rischio di recessione per l’economia italiana. Rivisto al ribasso il Pil 2018 e 2019. 

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Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Matteo Salvini

La produzione industriale registra a novembre una marcata diminuzione, sia su base congiunturale che su base annua. Secondo l’Istat, queste tendenze negative, potrebbero risultare amplificate da un effetto “ponte” connesso con il posizionamento nel calendario della festività del primo novembre. La flessione congiunturale su base trimestrale risulta solo lievemente negativa, confermando un quadro di complessiva debolezza dei livelli di attività industriale nel corso del 2018.

A novembre 2018 l’indice destagionalizzato della produzione industriale cala dell’1,6% rispetto a ottobre. Nella media del trimestre settembre–novembre 2018 il livello della produzione registra una flessione dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti.

L’indice destagionalizzato mensile mostra un aumento congiunturale solo nel comparto dell’energia (+1,0%); variazioni negative registrano, invece, i beni intermedi (-2,4%), i beni strumentali (-1,7%) e i beni di consumo (-0,9%).

Corretto per gli effetti di calendario, a novembre 2018 l’indice è diminuito in termini tendenziali del 2,6% (i giorni lavorativi sono stati 21 come a novembre 2017). Nella media dei primi undici mesi dell’anno la produzione è cresciuta dell’1,2% rispetto all’anno precedente.

Gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano a novembre 2018 una moderata crescita tendenziale solo per i beni di consumo (+0,7%); diminuzioni rilevanti si osservano, invece, per i beni intermedi (-5,3%), per l’energia (-4,2%) e, in misura più contenuta, per i beni strumentali (-2,0%).produzione industriale

I settori di attività economica con variazioni tendenziali positive sono le industrie alimentari, bevande e tabacco (+2,7%), la produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+1,3%) e le altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (+1,1%). Le maggiori flessioni si rilevano, viceversa, nell’industria del legno, della carta e stampa(-10,4%), nell’attività estrattiva 
(-9,7%) e nella fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-6,7%).

Secondo Paolo Mameli, economista senior di Banca Intesa Sanpaolo, «l’industria dovrebbe aver frenato il Pil anche nella parte finale dell’anno, con un contributo di -0,1% t/t. Ciò significa che occorrerebbe una discreta crescita nei servizi (possibile, ma che al momento non appare coerente con le indagini di fiducia nel settore) per evitare una nuova variazione negativa del PIL (la seconda dopo il -0,1% t/t dei mesi estivi)».

E i dati della produzione industriale di novembre influiscono anche sulle attese del Pil del IV trimestre 2018 che passa in negativo: «rivediamo al ribasso la nostra stima sulla crescita congiunturale del Pil nel IV trimestre, da un intervallo di zero/+0,1% a un range -0,1%/zero – afferma Mameli -. In altri termini, il rischio che l’economia italiana sia entrata nella parte finale del 2018 in una fase di “recessione tecnicaappare elevato».

E l’Italia è in buona compagnia: il trend di rallentamento è comune agli altri Paesi dell’eurozona (nello stesso mese, la produzione industriale è calata di -1,9% m/m in Germania e di -1,3% m/m in Francia). Tuttavia, nel caso dell’Italia un ruolo nella seconda metà del 2018 sembra essere stato giocato ancora una volta dall’incertezza sulle prospettive fiscali e finanziarie del Paese connessa alla tormentata vicenda della Legge di Bilancio.

Allarme recessione anche per Gian Primo Quagliano presidente del Centro Studi Promotor: «il nuovo calo della produzione rafforza il timore che il nostro Paese stia entrando ancora una volta in recessione. La conferma la si avrà soltanto il 31 gennaio quando verrà pubblicata la prima stima dell’Istat sulla crescita del Pil nel quarto trimestre 2018. Se al calo, già registrato nel terzo trimestre, seguirà un altro calo, come è molto probabile, l’Italia sarà nuovamente in recessione peraltro senza aver superato il livello massimo toccato a metà 2011 al termine della ripresa seguita al crollo generato tra il 2008 e il 2009 dalla grande crisi innescata dal fallimento di Lehman Brothers il 15 settembre 2008. Se effettivamente il dato del quarto trimestre confermerà che la tendenza positiva del Pil avviatasi dal 2015 si è nuovamente invertita, per l’Italia, unica tra le economie avanzate, la crisi iniziata nel 2008 assumerà un profilo non più a doppia V ma ancora più preoccupante».

Una preoccupazione che non sembra allarmare il trio Conte-Salvini-Di Maio che continuano a ballare allegramente sulla tolda del Titanic-Italia a suo di reddito di cittadinanza e quota cento, senza avvedersi che per tenere a galla la barca serve ben altro, indirizzando tutte le risorse verso il vero sviluppo piuttosto che verso un colossale neoassistenzialismo di Stato.

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