“Tempo di Chet. La versione di Chet Baker” al teatro Goldoni di Venezia

Due ore intense, senza intervallo, seguite col fiato sospeso. E il bel Cd inciso da Fresu non è assolutamente di meno. Di Giovanni Greto

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Tempo di Chet. La versione di Chet Baker” è ad un tempo spettacolo teatrale e un CD musicale, nati entrambi da un’idea di Paolo Fresu che prova una predilezione per Chet, sentendosi vicino al suo modo di suonare, essenzialmente lirico.

Lo spettacolo sulla vita e la musica del celebre trombettista e cantante americano (Yale, 23 dicembre 1929 – Amsterdam, 13 maggio 1988) racconta la vita del musicista. Come ebbe a dire Art Farmer, un altro grande trombettista nella storia del Jazz, «non so se Chet Baker suoni bene. So soltanto che la sua musica racconta una storia triste, una storia avvincente».

Il testo, scritto a quattro mani da Leo Muscato, che è anche il regista, e Laura Perini , prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano, parte dal ricordo di Chet Baker bambino, cui un genitore ubriacone, suonatore dilettante di banjo, ma ammiratore di Jack Teagarden, regala un trombone, che il figlio, affascinato all’epoca da Harry James, si affretta a scambiare con una tromba. La serietà negli studi e la volontà di emergere, il suo arruolarsi nel 1946 nella 298° Army Band per motivi economici, che lo porta a Berlino dove scopre il Jazz. L’ingaggio da parte di Charlie Parker al Tiffany di Hollywood per due settimane nel 1952 è l’inizio di un’ascesa che lo porterà a vincere nel 1954 il referendum della prestigiosa rivista “Downbeat” (Downbeat Jazz Poll), a scapito di un imbufalito Miles Davis.

Il quartetto “pianoless” con Gerry Mulligan nel 1952-’53. Il tour in Europa nel 1955-’56 con il suo quartetto, che vede forse l’inizio della dipendenza dalla droga. Il motivo si lega alla morte per overdose del pianista del gruppo Dick Twardzik, che sconvolse l’animo di un uomo fragile. Il periodo italiano, felice musicalmente, ma drammatico per l’arresto per droga, diffuso morbosamente dalle cronache del tempo, a conferma che la gente cerca il protagonista di una cronaca scandalosa più che l’artista. Lo sfruttamento da parte dei diversi manager e produttori discografici (Dick Bock della Pacific Jazz, Bill Grauer della Riverside Records). Le numerose donne al suo fianco, ammaliate dal musicista, tra cui l’attrice inglese Carol Jackson, sposata nel 1965, che gli diede tre figli. Il ritiro dalle scene nel 1966 a causa della perdita di tutti i denti, forse per un regolamento di conti in America, relativo a una partita di stupefacente non pagata. La pazienza di reimparare a suonare con la dentiera. Il ritorno ai concerti nel vecchio Continente, fino all’epilogo drammatico: Chet precipita dalla finestra di un hotel di Amsterdam in circostanze mai chiarite.

Alessandro Averone interpreta il musicista, isolato sul palcoscenico, mentre gli altri sette attori interpretano una moltitudine di personaggi in un arco di tempo di due ore, forse troppi per poter seguire il filo della narrazione. Contemporaneamente Paolo Fresu (tromba, flicorno e multi-effects), Dino Rubino (pianoforte), Marco Bardoscia (contrabbasso) si esibiscono in un piccolo Jazz Club (il “Chet Baker Club” mai aperto a Milano), collocato in alto rispetto alle tavole del palcoscenico. Si ascolta interamente il CDTempo di Chet”, edito dall’etichettadi Fresu, “Tuk Music”, arricchito da altri standard pensati per lo spettacolo. In scaletta, brani che Baker suonava spesso – da “My funny Valentine” a “When I fall in Love” – accanto ad originali scritti da ogni musicista del trio, che fanno emergere l’emozionante lirismo del trombettista. Sovente il pubblico applaude alla fine di un brano, colpito dalla bravura degli assolo e da quelle note tenute lungamente da Fresu, grazie alla tecnica della respirazione circolare, che erano proprie dello stile di Chet: una sonorità sottile, del tutto priva di vibrato, un fraseggio elegante  che  ricorre allo staccato semplice.

La recitazione risulta a volte ridondante, con delle frasi scontate e un po’ troppo gridata, forse perché gli attori si sentono sovrastati dal volume della musica. Non è stato valorizzato il Chet Baker originale vocalista, dalla timida voce da adolescente, che ha affscinato e continua ad affascinare uno stuolo di appassionati del Jazz “Mainstream”. Sarebbe stato bello ascoltare la sua voce, assecondata dall’accompagnamento del trio dal vivo. La si sente solo alla fine dello spettacolo, priva di strumenti, quando Chet intona “Blue Room”. Attori e musicisti si alzano in piedi, in segno di rispetto, mentre lui è lì lì per cadere nel vuoto.

Foyer del teatro in fibrillazione alla fine. Molte persone comprano il disco, i musicisti appongono le loro firme, i complimenti si sprecano. Alcuni, forse, hanno scoperto una musica nuova, malinconicamente bella, senza dubbio più emozionante rispetto a quello che radio e televisione italiana di frequente diffondono.

Le prove della piéce sono iniziate in ottobre. La prima, a Bolzano, l’8 novembre. Le repliche, numerose, si fermano al 28 febbraio. Ma è previsto una ripresa della tournee, visto il caloroso successo, con la possibilità di proporre “Tempo di Chet” anche all’estero.

Dallo spettacolo teatrale al CD. Un mese prima di debuttare con lo spettacolo “Tempo di Chet”, Paolo Fresu ha radunato i suoi musicisti per registrare la colonna sonora allo studio Arte Suono di Cavalicco (Udine), frequentato da parecchie etichette, evidentemente per le soddisfacenti caratteristiche acustiche e tecniche. Ne è uscito un disco sognante, malinconico, in certi episodi avvolto dalla nebbia, che ha comunque una vita autonoma, non è cioè strettamente legato alla piéce.

Sono 14 i brani in scaletta. Quattro Standard, tra i molti che Chet Baker selezionava, e dieci originali: sei di Fresu e due ciascuno di Dino Rubino (pianoforte) e Marco Bardoscia (contrabbasso).

Bebop e tante Ballad per rendere omaggio ad un musicista che ha fatto sognare generazioni di appassionati e addetti ai lavori. Si inizia con “But not for me” dei fratelli Gershwin. Dopo una breve introduzione, Fresu accenna al tema e subito dà il via ad un’interessante improvvisazione, seguita da un’altra ugualmente ben architettata da parte di Rubino, coadiuvato dall’indispensabile ritmica di Bardoscia, vista l’assenza, tranne che in due originali di Fresu, della batteria. “The Silence of your Heart”, il primo brano di Rubino, sembra un commento alla disperata esistenza di Chet. Fresu opta per la tromba sordinata, che per primo Miles Davis impose all’attenzione. E’ un modo di suonare in punta di piedi, quasi non si volesse disturbare un’anima lontana che forse sta ascoltando con attenzione l’omaggio che le viene tributato.

Frizzanti i due brani, entrambi di Fresu, a cui partecipa Stefano Bagnoli, batterista nel collaudato “Devil Quartet”. Il primo, “Palfium” è un Up tempo medio. Bagnoli detta il metronomo attraverso una convincente figurazione di spazzole che proseguono swinganti, parallelamente al contrabbasso, per tutta la durata del brano. E’ una traccia che, se eseguita in concerto, stimola una serie di breaks che senz’altro ne prolungherebbero ad libitum l’esigua, in questo caso, durata.

Marco Bardoscia è responsabile di due Ballad, “Postcard from Home”, contrassegnata nel finale da una nota lunghissima mantenuta da Fresu, e ”Fresing”, struggente nel suo incedere ciclico. Swingante è invece il secondo originale di Rubino, “Chat with Chet”, che in parte ricorda “There will never be another you”. Il secondo Standard è “Everything happens to me”, una ballad esposta a tempo molto lento. La tromba, tenuta libera, espone il tema e poi subito riparte sordinata in un’improvvisazione a tempo quasi raddoppiato. Immancabile, “My funny Valentine”, tra i brani più interpretati, anche con la voce, da Baker. La versione di Fresu evita momenti di noia, velocizzando l’interpretazione di uno Standard, spesso eseguito ad un metronomo assai, se non troppo, lento. Un convincente swing a quattro mani di Rubino e Bardoscia precede il ritorno in primo piano di Fresu, sostenuto soltanto dal contrabbasso per una nuova improvvisazione.

E’ un Hardbop pieno di groove il secondo originale di Fresu, “Jetrium”, a cui partecipa Stefano Bagnoli. Spazzole in evidenza, sembra un pezzo tratto dalla colonna sonora di “Ascenseur pour l’echafaud” di Miles Davis, ideata magistralmente da Miles, lasciando scorrere una sola volta le splendide immagini in bianco e nero del film di Louis Malle. La differenza è che questa volta il suono della tromba con sordina è quello di Fresu.

Il quarto e ultimo Standard, che è anche il pezzo di chiusura, è “When I fall in Love”. Fresu si esprime a tromba libera. Rubino mostra le proprie qualità espressive con un assolo in solitudine. Una serie di note lunghe ed una lunghissima per il finale, tenute da Fresu, sembrano alludere ad un saluto di Chet alla vita e a quanti hanno saputo apprezzarlo, continuando ancora oggi a lasciarsi cullare dalla sua musica.

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