XI rapporto annuale Intesa Sanpaolo sui distretti industriali

Analizzati i bilanci 2018 di 82.000 aziende. Le imprese che operano in un contesto distrettuale hanno una produttività del lavoro e una crescita più alta delle loro “colleghe” attive al di fuori di una rete.

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Il capo economista di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice, e il responsabile della ricerca Industry & Banking, Fabrizio Guelpa, hanno presentato l’undicesima edizione del Rapporto annuale sui distretti industriali che la direzione studi e ricerche della Banca dedica all’evoluzione economica e finanziaria delle imprese distrettuali.

Il Rapporto analizza i bilanci aziendali degli anni 2008-17 di quasi 20.000 imprese appartenenti a 156 distretti industriali e di oltre 62.000 imprese non-distrettuali attive negli stessi settori di specializzazione. L’analisi si sofferma, inoltre, sui cambiamenti strutturali che stanno interessando il tessuto produttivo distrettuale.

Nel 2017, i distretti industriali hanno continuato a mostrare risultati di crescita del fatturato migliori rispetto alle aree non distrettuali (+4,3% a prezzi correnti vs +4%). Nel decennio 2008-17 il differenziale di crescita ha così superato i 5 punti percentuali. Nel 2018 la crescita del fatturato dei distretti è proseguita (+3,4%), seppure a ritmi più contenuti a causa della brusca frenata del ciclo economico nella seconda parte dell’anno.

La produttività del lavoro è salita nel 2017 a 56.000 euro per addetto, il 10% in più rispetto alle aree non distrettuali specializzate negli stessi settori dei distretti. I risultati sono trainati anche da numerose imprese “champion” che guidano con successo le filiere presenti nei territori.

Sul territorio italiano sono molte le aree di eccellenza distrettuale. Ordinando i distretti industriali oggetto dell’analisi per performance di crescita e reddituale, è possibile ricavare una classifica dei 20 distretti migliori. Tutte le macro-aree italiane sono presenti. Prevalgono i distretti del NordEst (10) e del NordOvest (6). Il Centro e il Mezzogiorno sono presenti con due distretti ciascuno. Tutte le principali filiere produttive sono rappresentate, anche se emerge una prevalenza dei distrettidell’Agroalimentare (4) e soprattutto della Metalmeccanica (12). Ai primi tre posti di questa classifica ci sono la Gomma del Sebino bergamasco, la Pelletteria e Calzature di Firenze e i Dolci di Alba e Cuneo.

E’ confermato il ruolo delle filiere di prossimità come fattore competitivo nei distretti: i fornitori sono molto più vicini ai committenti di quanto avviene altrove (100 km vs 118), con valori minimi di 56 chilometri nei distretti orafi. Questi risultati sono stati ottenuti costruendo un originale database contenente 7 milioni di transazioni tra le imprese distrettuali e i loro fornitori.

I distretti continuano a offrire vantaggi localizzativi, percepiti soprattutto dalle imprese più piccole. Il legame con il territorio appare comunque importante anche per i soggetti più grandi, che considerano il distretto un luogo che agevola i processi di innovazione (44% dei casi) e di internazionalizzazione (42%).

La vicinanza favorisce l’adozione di tecnologie 4.0, già oggi maggiormente diffuse nei distretti e soprattutto in quelli specializzati nella meccanica (38% vs 30%) dove risultano trainanti le imprese medio-grandi (52%).

L’innovazione è oggi realizzata anche tramite un’interazione con le start-up e le PMI innovative. Benché queste siano concentrate soprattutto nei grandi centri urbani, vi è una buona presenza anche nei territori distrettuali (nei distretti 8,4 ogni 1000 società di capitale attive vs 9,5 nelle aree non distrettuali).

I vantaggi delle filiere integrate sul territorio, punto di forza dei distretti tradizionali, si stanno affermando anche in altre specializzazioni meno tipiche del mondo distrettuale: ne sono prova lo sviluppo del comparto della cosmetica in Lombardia e l’emergere di veri e propri distretti della componentistica auto nell’area torinese e nel bresciano.

I distretti industriali sono stati rinnovati anche dalla crescente presenza di capitali esteri nelle compagini societarie: il 43% degli ingressi è stato effettuato dopo il 2001, contro il 30% circa nelle aree non distrettuali, con punte sopra il 63% nel caso degli investitori francesi e una quota elevata anche per quelli tedeschi (44%). I tedeschi hanno una buona presenza sui territori distrettuali con investimenti “greenfield” e i francesi con un’alta partecipazione nel settore moda.

Gli organi societari delle imprese distrettuali sono formati soprattutto da persone nate nel territorio di localizzazionedell’impresa. Il 76% delle imprese distrettuali è guidato da consigli d’amministrazione composti da soggetti nati esclusivamente nella regione di operatività delle aziende; questa percentuale scende al 70% nelle aree non distrettuali. La varietà culturale è quindi meno accentuata che altrove, anche se tra le imprese più grandi c’è un’apertura maggiore della gestione, sia con consiglieri provenienti da fuori regione o stranieri (rispettivamente il 55% e il 26% delle imprese). Una gestione più aperta può anche essere la via per favorire l’ingresso in azienda di manager con competenze trasversali ad altri settori e con esperienza in ambito internazionale.

Più in generale, va affrontato il tema del capitale umano: le imprese distrettuali faticano a trovare operai specializzati, e soprattutto addetti con competenze legate alle tecnologie 4.0 (nel 78% dei casi, contro il 71% dei casi al di fuori dei distretti). Il superamento di queste criticità passa anche attraverso una rivisitazione dei canali di assunzione nei distretti, molto ancorati a procedure informali (in circa tre quarti delle imprese) e poco orientati a canali formali che utilizzano le agenzie interinali, gli istituti tecnici e professionali, gli istituti tecnici superiori e l’università.

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