Concessione A22: Toninelli c’è o ci fa?

Il ministro ribadisce la posizione del ministero, mentre dal vertice della concessionaria si paventano almeno 300 licenziamenti se dovesse passare la linea governativa. 

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concessione a22 in house

Mentre l’azione di cinturamento del ministro ai Trasporti e alle infrastrutture, il pentastellato Danilo Toninelli da Soresina (Cremona), continua ad avanzare per arginare la sua dirompente insussistenza politica e gestionale (ultimo esempio in ordine di tempo di cristallina coerenza l’aver acquistato come auto di famiglia un fiammante Suv a gasolio giusto pochi giorni prima dell’entrata in vigore della tassazione contro i veicoli inquinanti che proprio il suo ministero combatte), in tema di rinnovo della concessione di A22 le cose si fanno sempre più intricate e difficilmente risolvibili a meno di un miracolo che porti al rinsavimentodel ministro o alla sua rimozione, soluzioni entrambe tardive.

Non pago di avere minacciato i soci pubblici locali che hanno costruito e gestito l’Autostrada del Brennero nei primi sessant’anni colpevoli di non piegarsi alle ubbie del ministro, scatenando l’ennesima levata di scudi da parte dei legittimi concessionari anche se a concessione largamente scaduta, Toninelli via social cerca di mettere l’ennesima pezza. Rilanciando la decisione presa dall’Autorità di regolazione dei trasporti (Art) che ha stabilito come nei prossimi 5 anni le tariffe di pedaggio di A22 debbanocalare complessivamente del 18%, il ministro sottolinea come la sua posizione vada solo «a chiedere maggiore efficienza, tariffe per gli utenti più basse e in po’ meno di dividendi nelle casse dei soci». Secondo Toninelli, «l’Art ha detto che nel Pianofinanziario della concessione per l’A22 sono stati inseriti impegni finanziari che nulla hanno a che fare con la gestionedell’autostrada e le nuove stime di traffico del concessionario, secondo cui nei prossimi anni ci sarà una forte riduzione dei mezzi in transito e che dunque giustificherebbero un aumento delle tariffe, smentiscono l’analisi trasportistica validata dal committente appena quattro mesi fa».

Toninelli puntualizza anche su un altro aspetto rigettato dai soci pubblici locali relativo alla gestione della società concessionaria: «è la Commissione Ue, non il Mit, a delineare il meccanismo della gestione, condizione necessaria per arrivare a un affidamento a un soggetto “in house” totalmente pubblico. Noi ci siamo. Per il bene dei territori attraversati dalla autostrada e nell’interesse di chi viaggia». Come a dire che i soci pubblici locali devono dire addio ai consigli d’amministrazione con dentro tutti alla ricerca di una qualche poltrona e poltroncina più o meno lautamente retribuita.

Una puntualizzazione che ha fatto strillare i vertici in scadenza dell’attuale concessionaria, che paventerebbero la necessità di licenziare almeno 300 degli odierni 1.000 dipendenti in pancia ad Autobrennero, molti dei quali assunti negli anni su segnalazione dei vari potentati politici espressione dei soci di maggioranza, quasi sempre espressione di Pd, Svp, Patt e, soprattutto, DC nelle sue varie declinazioni storiche.

Certo, i soci pubblici locali hanno nel tempo utilizzato l’A22 come una sorta di bancomat sia per gli utili incassati utilizzati a rimpinguare i vari bilanci che per realizzare opere di complemento sul territorio attraversato dall’autostrada, ponendoli a caricodi chi percorrendo l’A22 praticamente mai li utilizzerà. Giochino che si vorrebbe riproporre anche per il rinnovo della concessione, con un piano di 800 milioni di euro, suddivisi tra i territori attraversati (200 milioni ciascuno per Alto Adige, Trentino, Verona e Mantova), che vanno ad aggiungersi ai 4 miliardi d’investimenti per la realizzazione della terza corsia e manutenzioni varie da realizzare nel corso di validità trentennale del rinnovo della concessione. Un giochino che prima l’Art e poi al ministero hanno smontato pezzo su pezzo, scontentando il soci locali cui converrebbe abbandonare la via del rinnovo della concessione “in house” per battere la via più chiara, lineare, trasparente e, soprattutto, senza i pensanti vincoli gestionali dell’“in house”.

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