Alla Casa dei Carraresi la mostra “Inge Morath. La vita. La fotografia”

A Treviso è visitabile la prima grande retrospettiva della fotografa austriaca.  Di Giovanni Greto 

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Inge Morath

Dopo il successo de “I cani sono come gli umani, solo con più capelli” di Elliott Erwitt (Parigi, 26 luglio 1928), lo spazio più ampio dell’accogliente Casa dei Carraresi di Treviso ospita fino al 9 giugno una mostra esaustiva per conoscere l’opera di Inge Morath (Graz, 27 maggio 1923 – Manhattan, New York, 30 gennaio 2002) che fu la prima donna ad entrare nella celebre agenzia Magnum Photos, dapprima come redattrice nel 1949, in seguito come fotografa nel 1953.

L’augurio dei curatori, l’italiano Marco Minuz e la coppia, anche nella vita, Kurt KaindlBrigitte Bluml, è che alla fine della mostra Inge Morath sia conosciuta e considerata per la sua importanza artistica e non più soltanto per aver sostituito Marilyn Monroe nel cuore di Arthur Miller, divenendone – ma dal 1962 quando i due erano già divorziati – la moglie fino alla sua morte. Inge, assistente di Henri Cartier-Bresson, fondatore, assieme a David Seymour e Robert Capa, della agenzia Magnum, aveva appreso da Bresson gli insegnamenti fondamentali per la sua carriera, iniziata nel 1951 come fotografa, dopo un periodo come giornalista corrispondente.

L’incontro con Miller avvenne nel 1960, quando Inge Morath venne inviata da Parigi, dove allora risiedeva, a Reno, in Nevada, per un lavoro di due settimane assieme a Bresson, sul set di “The Misfits” (“Gli spostati”), diretto da John Huston, sceneggiato da Arthur Miller, con attori del calibro di Clark Gable, Marilyn Monroe, Montgomery Clift, Eli Wallach. Purtroppo per la mostra, è stata selezionata una sola foto relativa al periodo delle riprese. Marilyn Monroe è fotografata in una pausa sul set, mentre sta provando alcuni passi di danza per il film. Cerca di concentrarsi e rilassarsi all’ombra di un albero. Il bianco e nero è splendido, come moltissimi altri tra gli oltre 150 scatti visibili. La coppia, reincontratasi a Parigi, poiché Miller desiderava vedere le foto, si sposa e dopo un viaggio in treno e in nave si trasferisce negli Stati Uniti, dapprima a New York, per poi stabilirsi definitivamente in una fattoria a Roxbury, nel Connecticut, a due ore da New York, con un granaio come appartamento per gli ospiti, ed un ex silos di legno adibito ad atelier di pittura, studio  e camera oscura di Inge.

Le foto provengono dall’archivio Fotohof di Salisburgo, proprietà della coppia Kaindl-Blum, i quali contattarono Inge nel 1990 per la loro piccola galleria allo scopo di fare un libro sulla città. Inge disse subito di sì, ha sottolineato Kurt nel corso dell’inaugurazione, senza preoccuparsi del compenso. Da quel momento e fino alla morte nacque una collaborazione che porterà a numerosi libri e mostre, tra cui, appunto, questa di Treviso.

Gli scatti sono distribuiti in 11 sezioni, che ripercorrono tutti i principali reportage realizzati da Inge Morath. In primis, quello dedicato, nel 1955, alla città di Venezia, che confluirà in un libro illustrato, “Venice observed” della storica dell’arte Mary McCarthy. Frutto di un lungo soggiorno autunnale, si ammirano quartieri popolari e luoghi meno frequentati, con riferimenti stilistici al suo mentore, Cartier Bresson, come una particolare scelta prospettica surrealista. Sembra una Venezia felice, vivace, ignara che di lì a 30 anni si sarebbe incamminata verso un futuro irreversibile di “Veniceland”. E ancora, pochi scatti rumeni; quelli sul Danubio dalla sorgente alla foce; reportage sulla Spagna, la Francia, la Russia – con le foto della casa di Boris Pasternak, della biblioteca di Puskin, della casa di Tolstoj -, l’Iran, l’Iraq, la Cina – con la foto della camera da letto di Mao Zedong -, l’Austria e gli Stati Uniti. Facilitata da una straordinaria padronanza linguistica – parlava tedesco, inglese, francese, spagnolo, rumeno, russo e cinese mandarino – Inge, secondo le parole di Arthur Miller “inizia a fare i bagagli non appena vede una valigia”. La fotografia è per lei essenzialmente una questione personale, la ricerca di una verità interiore, attraverso una sensibilità, segnata dall’esperienza tragica della seconda guerra mondiale, che con gli anni si rafforzerà e diventerà documentazione della resistenza dello spirito umano alle estreme difficoltà e consapevolezza del valore della vita.

Bene allestita, con chiari scritti esplicativi in ogni stanza, la mostra è da una parte un viaggio attraverso il mondo, dall’altra emerge l’attenzione e la passione per i ritratti. Ecco allora una nutrita sequenza di personaggi dello spettacolo, della cultura e della politica: Arthur Miller, Allen Ginsberg, Pablo Picasso, Harold Pinter, Heinrich Boll, Anais Nin, Alberto Giacometti, Alexander Calder, Erica Jong, Pablo Neruda, Andrè Malraux, Doris Lessing, Igor Stravinskij, Yul Brynner, Audrey Hepburn, Gloria Vanderbilt, Jean Arp, Christina Onassis, Pierre Cardin, Henri Moore. Si può ammirare, prima di uscire, anche l’ultima foto, “Collage da una fotografia”, del 2001, all’interno di un progetto per un libro ed una mostra sulla Slovenia, alle radici della famiglia materna. Purtroppo non se ne fece nulla, per l’improvvisa scomparsa al ritorno di Inge negli Usa il 30 gennaio 2002.

La foto più famosa di Inge Morath è “Lama vicino a Times Square, New York, 1957”. Inge coglie il momento in cui un lama utilizzato in un film viene trasportato in macchina probabilmente verso il set. Emerge dal finestrino di una macchina il suo lungo collo, il volto e le orecchie sull’attenti.

Per concludere, mi sembra utile riportare alcune riflessioni di Inge, per capirne meglio il percorso umano e professionale. Ecco come si esprime a proposito dei ritratti, in cui immortala con uguale acume i passanti e le celebrità. «Ho amato la gente. Mi hanno permesso di fotografarli; ma anche loro volevano che li ascoltassi, per dire quello che sapevano. Così abbiamo raccontato la loro storia insieme». «Sono particolarmente interessata a fotografare un Paese in cui una nuova tradizione emerge da una antica. Sono più attratta dall’elemento umano che dall’astratto». «La fotografia è un fenomeno strano. Ti fidi del tuo occhio, ma non puoi evitare di metter a nudo la tua anima». «Nel mio cuore voglio restare una dilettante, nel senso di essere innamorata di quello che sto facendo, sempre stupita dalle infinite possibilità di vedere e usare la macchina fotografica come strumento di registrazione. Cerco di esprimere le cose che voglio dire dando loro forme, attraverso i miei occhi».

Prodotta da Suazes srl – una piattaforma di Chions (PN), che riunisce assieme professionalità trasversali, accomunate dalla volontà di sviluppare progetti che pongono al centro la valorizzazione della cultura, in grado di innescare processi di crescita sia in ambito privato, che pubblico -, la mostra è visitabile dal martedì al venerdì (10-19); e il sabato, la domenica e i festivi (10-20).

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