Riflessioni di Confindustria e Confartigianato Imprese del Veneto sul mondo del lavoro

Una nota congiunta sugli effetti decreto dignità che aumenta il rischio di lavoro debole. 

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In una materia complessa come quella del mondo del lavoro per la quale – e su questo non vi è dubbio – non esistono decreti magici, ma quadri normativi i cui influssi vanno valutati nel tempo, Confartigianato Imprese Veneto e Confindustria Veneto tentano una lettura diversa, «ancorata ai dati di cui disponiamo e lanciare un allarme sul dato “positivo” della crescita, in regione Veneto, dei contratti a tempo indeterminato nel I trimestre 2019».

Secondo le due categorie datoriali, «segnaliamo il rischio di un ritorno ad un “lavoro debole” che non aiuta le imprese.  Il primo, come sottolineato dallo stesso Veneto Lavoro, è che l’aumento dei contratti a tempo indeterminato è legato alle trasformazioni e all’introduzione dell’esonero strutturale più che ad una nuova occupazione aggiuntiva. La crescita delle trasformazioni a tempo determinato è “decollata” fin dai primi mesi del 2018 per effetto da un lato dell’introduzione dell’esonero strutturale previsto per i giovani fino a 35 anni, dall’altro dell’incremento fisiologico dovuto al forte allargamento della platea di contratti di termine avvenuto nel 2017. Un altro aspetto da considerare rispetto al saldo positivo del primo trimestre, è da ricollegare ad una dimensione fisiologica: il primo trimestre dell’anno è infatti segnato dal riavvio di molte attività economiche e dei connessi rapporti di lavoro. Ciò che conta – scrivono Confindustria e Confartigianato del Veneto – è quindi il confronto con l’analogo valore del corrispondente trimestre dell’anno precedente che era nettamente migliore rispetto a quello attuale (pari a +60.000 in Veneto). Dal confronto di questi due dati possiamo quindi ricavare che la dinamica occupazionale tra il 2018 e il 2019sta continuamente rallentando pur conservando, su base annua, l’intonazione positiva».

Secondo aspetto evidenziato è l’aumento delle partite Iva a discapito del lavoro a termine. «Secondo i dati diffusi dal MEF, nei primi tre mesi del 2019 sono state aperte 196.060 nuove partite, Iva +7,9% rispetto lo stesso periodo 2018. Rispetto al primo trimestre del 2018, vi è stato un notevole aumento di avviamenti per le persone fisiche (+14%), dovuto alle crescenti adesioni al regime forfetario, mentre le forme societarie presentano significativi cali: -17,2% per le società di persone e -8,5% per le società di capitali. Più in dettaglio, nel periodo in esame 104.456 soggetti hanno aderito al regime forfetario, pari a più della metà del totale delle nuove aperture (53,3%), con un aumento di adesioni di ben il 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Andamento che potrebbe essere influenzato parallelamente anche dalle restrizioni apportate al lavoro a termine ad opera del decreto dignità. Modifiche che potrebbero aver avuto un duplice effetto: da un lato aver determinato un aumento complessivo delle aperture di partita Iva, dall’altro una ricomposizione delle aperture a favore della natura giuridicapersona fisica” e a sfavore delle forme societarie».

Le due associazioni datoriali mettono in luce inoltre un altro aspetto: «l’ultimo numero della Bussola evidenzia come il saldo positivo del primo trimestre del 2019 sia trainato soprattutto dalla crescita delle figure operaie e a bassa qualificazione che insieme spiegano i due terzi del totale. Professioni a basse qualifiche significa salari scarsi e minore produttività. Oltre alle conseguenze su produttività e reddito, la diffusione di lavori elementari espone i lavoratori a un maggior rischio nel caso di innovazione tecnologica. O, semplicemente, ad un minor peso specifico sul mercato del lavoro, con la possibilità di essere rimpiazzati a costo uguale o minore. Ma un aumento delle professioni scarsamente qualificate significa anche basso livello d’innovazione delle imprese italiane e perdita di competitività. Il che potrebbe condurci a posizioni sempre più basse nella classifica dei protagonisti dell’economia mondiale. Va infine ricordato che gli effetti veri dell’impatto del decreto dignità si potranno vedere solo alla fine del 2020, anno in cui si chiuderà il ciclo degli incentivi e verranno a scadere i rapporti nati nell’ambito della normativa».

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