Fallimenti, nel 2011 toccato il record assoluto di chiusure aziendali

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giuseppe bortolussi cgia

 

giuseppe bortolussi cgiaOltre 11.600 le procedure che hanno chiuso i battenti. La Cgia sottolinea il particolare momento di crisi delle piccole e medie imprese che ha comportato la perdita di oltre 50.000 posti di lavoro

Nel 2011, ben 11.615 aziende hanno chiuso i battenti per fallimento, un dato mai toccato negli ultimi 4 anni di grave crisi economica. Un record che evidenzia quanto siano in difficoltà le imprese italiane, soprattutto quelle di piccole dimensioni che, come ricorda la CGIA, continuano a rimanere il motore occupazionale ed economico del Paese.

“La stretta creditizia, i ritardi nei pagamenti e il forte calo della domanda interna – dice il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi – sono le principali cause che hanno costretto molti piccoli imprenditori a portare i libri in Tribunale. Purtroppo, questo dramma non è stato vissuto solo da questi datori di lavoro, ma anche dai loro dipendenti che, secondo una nostra prima stima, in almeno 50.000 hanno perso il posto di lavoro”.

 

Secondo la Cgia, il fallimento di un imprenditore non è solo economico, visto che spesso viene vissuto da queste persone anche come un fallimento personale che, in casi estremi, ha portato decine e decine di piccoli imprenditori a togliersi la vita.

 

“La sequenza di suicidi e di tentativi di suicidio avvenuta tra i piccoli imprenditori in questi ultimi mesi – prosegue Bortolussi – sembra non sia destinata a fermarsi. Solo in questa settimana due artigiani, a Bologna e a Novara, hanno tentato di farla finita per ragioni economiche. Bisogna intervenire subito e dare una risposta emergenziale a questa situazione che rischia di esplodere. Per questo invitiamo il Governo ad istituire un fondo di solidarietà che corra in aiuto a chi si trova a corto di liquidità”.

 

Infine, il segretario della Cgia di Mestre ritorna sui dati pubblicati ieri dal ministero delle Finanze relativi alla composizione media dei redditi degli italiani.

 

Nel 2010, il reddito medio di un lavoratore dipendente, secondo il Dipartimento delle Finanze, è stato pari a 19.810 euro. Ma il reddito di un operaio con 10 anni di anzianità che lavora presso una ditta artigiana è stato, invece, di 15.505 euro (-21% rispetto al reddito medio nazionale). Se si considera che una ditta individuale artigiana ha dichiarato mediamente 22.000 euro di reddito, essa ha dichiarato il 42% circa in più del suo dipendente. Per Bortolussi “se si tiene conto che il reddito medio di un imprenditore del Nord supera del 50% circa quello di un collega del Sud, che il 70% degli artigiani e dei commercianti lavora da solo, che il dato medio reddituale medio è abbassato dalla nati/mortalità delle imprese e dalla suddivisione del reddito dell’impresa familiare tra i componenti dello stesso nucleo, non è assolutamente uno scandalo, vista la crisi in atto, che un imprenditore dichiari mediamente a livello nazionale poco più di 18.000 euro l’anno”. Inoltre, nel caso delle società di capitali, c’è il fatto che l’imprenditore non è quasi mai assunto dalla società, ma percepisce redditi sotto la forma di dividendi, i quali sono tassati direttamente alla fonte e non rientrano nella dichiarazione dei redditi. Fino a prima della manovra “Salva Italia”, la tassazione sui dividendi era del 12%, ora al 20%.

 

“Attenti a dare chiavi interpretative fuorvianti e non corrispondenti alla realtà. Le comparazioni vanno fatte  tra soggetti omogenei, ad esempio tra artigiani e i loro dipendenti. Se confrontiamo il reddito di un dipendente metalmeccanico con quello del suo titolare artigiano, quest’ultimo dichiara oltre il 40% in più, con buona pace di chi vuole etichettare gli imprenditori  come un popolo di evasori”.


 

 

 

 

 

 

IMPRESE: N°  FALLIMENTI (anno 2011)

 

 

 

N. fallimenti

Fallimenti ogni 10.000 imprese attive

 

LOMBARDIA           

2.613

31,5

 

LAZIO               

1.215

26,1

 

FRIULI-VENEZIA GIULIA

250

25,4

 

MARCHE              

398

25,0

 

VENETO              

1.122

24,4

 

TOSCANA             

843

22,9

 

UMBRIA              

185

22,1

 

CAMPANIA             

1.008

21,3

 

EMILIA ROMAGNA      

899

20,9

 

PIEMONTE            

857

20,4

 

LIGURIA             

235

16,4

 

CALABRIA            

249

15,8

 

SICILIA             

601

15,8

 

PUGLIA              

529

15,6

 

MOLISE              

49

15,2

 

SARDEGNA            

213

14,4

 

ABRUZZO             

180

13,5

 

TRENTINO A.A.

122

11,9

 

VALLE D’AOSTA       

9

7,3

 

BASILICATA          

38

7,0

 

ITALIA

11.615

21,9

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Elaborazione Ufficio Studi CGIA Mestre su dati CRIBIS

 

 

 

 

 

 

 

 

Economia

 

 

Fallimenti, nel 2011 toccato il record assoluto di chiusure aziendali

Oltre 11.600 le procedure che hanno chiuso i battenti. La Cgia sottolinea il particolare momento di crisi delle piccole e medie imprese che ha comportato la perdita di oltre 50.000 posti di lavoro

 

 

Nel 2011, ben 11.615 aziende hanno chiuso i battenti per fallimento, un dato mai toccato negli ultimi 4 anni di grave crisi economica. Un record che evidenzia quanto siano in difficoltà le imprese italiane, soprattutto quelle di piccole dimensioni che, come ricorda la CGIA, continuano a rimanere il motore occupazionale ed economico del Paese.

“La stretta creditizia, i ritardi nei pagamenti e il forte calo della domanda interna – dice il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi – sono le principali cause che hanno costretto molti piccoli imprenditori a portare i libri in Tribunale. Purtroppo, questo dramma non è stato vissuto solo da questi datori di lavoro, ma anche dai loro dipendenti che, secondo una nostra prima stima, in almeno 50.000 hanno perso il posto di lavoro”.

Secondo la Cgia, il fallimento di un imprenditore non è solo economico, visto che spesso viene vissuto da queste persone anche come un fallimento personale che, in casi estremi, ha portato decine e decine di piccoli imprenditori a togliersi la vita.

“La sequenza di suicidi e di tentativi di suicidio avvenuta tra i piccoli imprenditori in questi ultimi mesi – prosegue Bortolussi – sembra non sia destinata a fermarsi. Solo in questa settimana due artigiani, a Bologna e a Novara, hanno tentato di farla finita per ragioni economiche. Bisogna intervenire subito e dare una risposta emergenziale a questa situazione che rischia di esplodere. Per questo invitiamo il Governo ad istituire un fondo di solidarietà che corra in aiuto a chi si trova a corto di liquidità”.

Infine, il segretario della Cgia di Mestre ritorna sui dati pubblicati ieri dal ministero delle Finanze relativi alla composizione media dei redditi degli italiani.

Nel 2010, il reddito medio di un lavoratore dipendente, secondo il Dipartimento delle Finanze, è stato pari a 19.810 euro. Ma il reddito di un operaio con 10 anni di anzianità che lavora presso una ditta artigiana è stato, invece, di 15.505 euro (-21% rispetto al reddito medio nazionale). Se si considera che una ditta individuale artigiana ha dichiarato mediamente 22.000 euro di reddito, essa ha dichiarato il 42% circa in più del suo dipendente. Per Bortolussi “se si tiene conto che il reddito medio di un imprenditore del Nord supera del 50% circa quello di un collega del Sud, che il 70% degli artigiani e dei commercianti lavora da solo, che il dato medio reddituale medio è abbassato dalla nati/mortalità delle imprese e dalla suddivisione del reddito dell’impresa familiare tra i componenti dello stesso nucleo, non è assolutamente uno scandalo, vista la crisi in atto, che un imprenditore dichiari mediamente a livello nazionale poco più di 18.000 euro l’anno”. Inoltre, nel caso delle società di capitali, c’è il fatto che l’imprenditore non è quasi mai assunto dalla società, ma percepisce redditi sotto la forma di dividendi, i quali sono tassati direttamente alla fonte e non rientrano nella dichiarazione dei redditi. Fino a prima della manovra “Salva Italia”, la tassazione sui dividendi era del 12%, ora al 20%.

“Attenti a dare chiavi interpretative fuorvianti e non corrispondenti alla realtà. Le comparazioni vanno fatte  tra soggetti omogenei, ad esempio tra artigiani e i loro dipendenti. Se confrontiamo il reddito di un dipendente metalmeccanico con quello del suo titolare artigiano, quest’ultimo dichiara oltre il 40% in più, con buona pace di chi vuole etichettare gli imprenditori  come un popolo di evasori”.


 

 

 

IMPRESE: N°  FALLIMENTI (anno 2011)

 

 

 

N. fallimenti

Fallimenti ogni 10.000 imprese attive

 

LOMBARDIA           

2.613

31,5

 

LAZIO               

1.215

26,1

 

FRIULI-VENEZIA GIULIA

250

25,4

 

MARCHE              

398

25,0

 

VENETO              

1.122

24,4

 

TOSCANA             

843

22,9

 

UMBRIA              

185

22,1

 

CAMPANIA             

1.008

21,3

 

EMILIA ROMAGNA      

899

20,9

 

PIEMONTE            

857

20,4

 

LIGURIA             

235

16,4

 

CALABRIA            

249

15,8

 

SICILIA             

601

15,8

 

PUGLIA              

529

15,6

 

MOLISE              

49

15,2

 

SARDEGNA            

213

14,4

 

ABRUZZO             

180

13,5

 

TRENTINO A.A.

122

11,9

 

VALLE D’AOSTA       

9

7,3

 

BASILICATA          

38

7,0

 

ITALIA

11.615

21,9

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Elaborazione Ufficio Studi CGIA Mestre su dati CRIBIS