Festival “Monteverdi Vivaldi” di musica barocca

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festival-monteverdi-vivaldi-venezia 1A Venezia a cura del Venetian Centre for Baroque Music dedicato a “I furori della gioventù”
di Giovanni Greto

Dopo la sosta agostana, sono ripresi i concerti del festival Monteverdi Vivaldi, “I furori della gioventù”, organizzato dal ‘Venetian Centre for Baroque Music’. Il primo, intitolato ‘il violoncello vivaldiano, ha inondato le sale Apollinee del teatro la Fenice di ottima musica, in virtù della bravura tecnica, l’affiatamento e la qualità del suono che usciva dagli strumenti di un trio composto dal violoncellista Francesco Galligioni, dal clavicembalista Roberto Loreggian e dal violonista Paolo Zuccheri. In scaletta tre sonate (le nn. 2, 6 e 7) per violoncello e basso continuo e il concerto opera 3, n. 3, trascritto per clavicembalo solo da J.S. Bach, di Antonio Vivaldi (1678-1741).

Aggressivo e delicato, particolarmente toccante nel Largo della sonata n. 6, il violoncello di Galligioni si è imposto all’attenzione per un timbro, una fantasia ed una facilità esecutiva nelle parti maggiormente impegnative, da lasciare con il fiato sospeso. Dolcissimo il concerto n. 3 per solo clavicembalo, nella consueta tripartizione vivaldiana Allegro-Largo-Allegro, una delle trascrizioni bachiane che dimostra come il genio di Eisenach avesse studiato a lungo lo stile del ‘Prete rosso’. Prima di eseguire l’ultima sonata, Galligioni ha offerto un ennesimo saggio di bravura, affrontando il “Ricercare” n. 7 del bolognese Domenico Gabrielli (1651-1690), il quale, nonostante la breve esistenza, fu copioso compositore di musiche teatrali, strumentali e cantate. Fu lui, inoltre, a scrivere per primo Ricercari e Sonate per violoncello solo, che dimostrano un’abile capacità di sfruttare la sonorità caratteristica dello strumento. Applausi vivissimi hanno richiamato sulla pedana i musicisti, che hanno riproposto il gioioso Allegro finale della Sonata n. 7.

Un eccellente trio argentino, giunto per l’occasione dal sudamerica – Mariana Flores, soprano, Leonardo Garcia Alarcon, clavicembalo e organo, Quito Gato, arciliuto e chitarra barocca – ha ricreato nel secondo concerto una notte veneziana all’interno di palazzo Pisani Moretta, che si affaccia sul canal grande. Lampadari di Murano che diffondevano la luce tenebrosa d’innumerevoli lunghe candele di cera, hanno contribuito ad immaginare di poter vivere, almeno per un’ora, in una Venezia che non c’è più. Solo il rombo dei vaporetti del servizio pubblico, che attraccavano al pontile di fronte, spezzava talvolta l’incanto. Il repertorio ascoltato comprendeva composizioni di sei autori diversi, in gran parte veneziani o comunque attivi nella Serenissima del ’600. Per iniziare, due composizioni di Giulio Caccini (1545-1638), teorico e pratico della nuova maniera di comporre e cantare, il “recitar cantando”, propagatosi nell’ultimo decennio del XVI secolo e il primo del seguente. Verso dopo verso, Mariana Flores ha conquistato l’attenzione della platea, spostandosi a cantare lungo il corridoio che separa le file di sedie, con una voce in grado di ravvivare un salone dai soffitti alti e dai muri massicci, e una perfetta teatralità, che rende l’eloquio ancora più appassionato. Bravissimo Quito Gato, sia alla chitarra barocca, uno strumento a 5 corde doppie, che all’arciliuto, dal suono caldo, morbido, tenero, particolarmente toccante in ‘Lagrime mie’ della veneziana Barbara Strozzi (1619-1677), cantante e compositrice di madrigali, arie e soprattutto cantate. Abilissimo nel padroneggiare il clavicembalo e l’organo, passando dall’uno all’altro nel corso dello stesso brano, Leonardo Garcia. Eseguiti due madrigali di Monteverdi, il secondo dei quali, ‘Ohimè ch’io cado’, non in programma, il trio avrebbe concluso il concerto con una breve canzone di un autore spagnolo, Matheo Romero (1575-1647). Ma il pubblico si spella le mani e i musicisti concedono, felici ed accaldati, due splendidi bis: un’accorata ‘Che si può fare’ di Barbara Strozzi ed una tambureggiante ‘Hacara’ tratta da un’opera di un compositore sudamericano dell’epoca.

Si ritorna alle sale Apollinee della Fenice per il terzo appuntamento, presentato da uno dei musicisti protagonisti come una lezione-concerto. L’interesse, evidente nel titolo ‘Il cornetto della Serenissima’, era focalizzato su uno strumento veneziano dimenticato. Si tratta, ha spiegato Jean Tubery, prima di iniziare a soffiarvici dentro, di uno strumento dall’imboccatura come una tromba e dalla forma leggermente ricurva, a sette o otto fori digitali, costruito in avorio o legno, ricoperto di cuoio o pergamino. Suona nella tessitura di soprano ed è lo strumento più alto ad imitazione della voce umana. Tubery ha utilizzato anche un modello diritto, in legno, detto cornetto muto per il suono esile e sommesso, costruito da due assi incavati di legno di bosso, tagliati e incollati, dalla forma di ottagono, con il bocchino ricavato dal corpo stesso dello strumento. Accanto ad un così amabile conversatore, è ricomparso l’attento clavicembalista veneto Roberto Loreggian, ascoltato nel primo concerto. Dopo una breve introduzione per cembalo solo di Andrea Gabrieli, la voce stentorea del cornetto ha animato la ‘Canzon seconda’ di Giovanni Gabrieli, nipote di Andrea. Il caldo suono del cornetto muto è stato assaporato nella canzone francese ‘Suzanne un jour’ di Giovanni Bassano e nel madrigale diminuito ‘Ancor che col partire’ di Cipriano da Rore e Giovanni Battista Bovicelli. Tubery ha poi eseguito al flautino, il terzo strumento impiegato nel recital, una canzone di Giovanni Battista Riccio e una di Giovanni-Giacomo Gastoldi, ‘Questa dolce sirena’, che diventò a Venezia un ballo famosissimo. Ne ha data una versione per strumento solo, legata ad una amabilmente cantata con l’accompagnamento del cembalo. Concluso il programma con una ‘Passacaglia’ di Biagio Marini, i musicisti hanno concesso uno spiritoso bis, ‘Il canto del gallo e della gallina’ del cremonese Tarquinio Merula, composto in occasione del suo arrivo in Olanda.