“Brass Bang!”, nuovo lavoro di Bernstein Fresu, Petrella e Rojas

0
561
Brass bang Steven Bernstein tromba Paolo Fresu tromba Gianluca Petrella Trombone Marcus Rojas tuba
Brass bang Steven Bernstein tromba Paolo Fresu tromba Gianluca Petrella Trombone Marcus Rojas tubaUn cd di musiche per ottoni edito da Tuk Music
di Giovanni Greto

I nomi dei musicisti compaiono nella copertina di “Brass Bang!” rispettando l’ordine alfabetico dei cognomi, forse per dimostrare che non c’è un singolo leader, anche se, visto che il disco è uscito per l’etichetta di Fresu, potrebbe essere lui l’ideatore di questo interessante progetto. Si potrebbe pensare che l’ascolto di soli ottoni (Brass) per poco più di un’ora possa stancare, indurre alla monotonia. Non è così.

I musicisti, grazie anche all’utilizzo di effetti e piccole percussioni, non fanno sentire la mancanza di una base ritmica, quale il contrabbasso – per altro ben rimpiazzato dalla tuba nelle parti di accompagnamento – e la batteria, che, anzi, se ci fosse, potrebbe risultare superflua e oscurare una magica varietà di suoni.

Detto che ‘brass’ indica gli strumenti a fiato, il termine ‘bang’ viene tradotto nei dizionari “rumore improvviso, violento (come di porta che sbatte)”. Non c’è nulla di violento nella sonorità del quartetto, forse solo qualche inserimento inaspettato, più che improvviso, che rende l’ascolto più interessante. Nel repertorio ci sono composizioni di media, breve e brevissima durata. Tra le prime spiccano due omaggi a Duke Ellington: “Black and Tan Fantasy” e “Rockin’ in Rhythm”. Entrambi sono bene arrangiati e strutturati, ricchi di swing. La tuba, nel primo, esegue il compito del contrabbasso, mentre le due trombe e il trombone improvvisano in scioltezza con buone idee. Ne esce un blues dal sapore antico proposto in una rispettosa rilettura del presente. Circondata da un alone di mistero, grazie ad una serie di effetti, “As tears go by”, l’unica canzone dei Rolling Stones incisa anche in versione italiana (“Con le mie lacrime”), della quale viene svelato il ritornello a soli due minuti dalla fine. A livello di sensazione, nella lunga introduzione viene da pensare alla solitudine del mare in inverno, mentre l’esposizione finale del tema manifesta la malinconia che avvolge il brano. Non poteva mancare il pensiero a Lester Bowie, creatore nel 1984 del “Brass Fantasy”, un ottetto di ottoni più la batteria, dalla vena popolare. Del trombettista scomparso nel 1999, il quartetto esegue “Zero”, un brano swingante che potrebbe calzare a pennello per una scena di inseguimento in un film thriller o poliziesco.

Simpatica una breve versione di “Manic Depression” di Jimi Hendrix, resa a ritmo di ¾ che ricorda le feste di piazza o le sagre paesane (zum, pappa, zum, pappa, etc). Tra i compositori classici, compaiono Georg Friedrich Haendel (1685-1759) con “La Rejouissance”, dalla conosciutissima “Music for the Royal Fireworks” e Pierluigi da Palestrina (1525-1594), con “Surgentem Cum Victoria”, nel quale il quartetto non fa rimpiangere gli organici specializzatisi solo in quel repertorio, anzi acquista una maggiore freschezza e godibilità, grazie all’utilizzo della tromba con sordina da parte di Fresu.

Il termine “Bang” si declina in tre brani, eseguiti in solitudine. “Beng” di Rojas è un assolo di voce e tuba, che ripropone anche il suono cavernoso del canto difonico ; “Bing”, di Fresu, è un brevissimo intervento alla tromba sordinata, che, chiudendo gli occhi, fa pensare al Miles Davis di “Ascenseur pour l’echafaud” e ad altri suoi titoli immortali degli anni ’50; “Bung” è un assolo di tromba di Bernstein che ricorda melodie arabeggianti, mentre “Bong” conferma la maturità di Petrella al trombone. Un plauso collettivo agli italiani Paolo Fresu (tromba, flicorno, cornetta, pocket trumpet – il piccolo strumento “tascabile”, utilizzato frequentemente da Don Cherry – , effetti) e Gianluca Petrella (trombone) e agli americani Steve Bernstein (tromba, tromba a coulisse, effetti di distorsione, flicorno) e Marcus Rojas (tuba e percussioni). L’ultimo brano inserito in scaletta è uno dei successi di Fred Buscaglione, “Guarda che luna”, il cui testo romantico viene per così dire declamato attraverso i colori diversi di quattro ottoni splendenti. Insolite, le foto all’interno del libretto, ritraggono le scarpe dei musicisti, mentre opportunamente le note finali svelano che Petrella e Bernstein si sentono nel canale sinistro, Fresu e Rojas in quello destro.