Il film “Pitza e datteri” in anteprima a Venezia

0
166
pitza e datteri locandina
pitza e datteri locandinaL’ultimo lavoro del regista curdo Fariborz Kamkari alla Biennale d’Arte
di Giovanni Greto

A due anni dal termine delle riprese, è uscito contemporaneamente in 61 sale italiane “Pitza e datteri”, l’ultimo lavoro del regista curdo, nato in Iran, Fariborz Kamkari, dopo il successo del film drammatico “I fiori di Kirkuk” (2010), una versione cinematografica tratta dal romanzo omonimo scritto da lui stesso.

Casualmente la pellicola esce in concomitanza con le polemiche legate alla chiusura del padiglione islandese della 56esima Biennale d’Arte, allestito dall’artista svizzero Christoph Buchel (Basilea, 1966) nella chiesa di S.Maria della Misericordia – di proprietà privata dal 1973, chiusa al culto dal 1969 – trasformata in una vera e propria moschea.

“Pitza e datteri” vorrebbe ispirarsi alle opere dei grandi autori della commedia all’italiana – Monicelli, Risi ed altri – i quali sapevano trattare con levità ed ironia temi estremamente seri. Prima e dopo la proiezione al cinema Rossini c’è stato un dibattito, coordinato dal direttore del circuito cinema veneziano Roberto Ellero. In sala il regista, uno degli interpreti principali, Giuseppe Battiston, le produttrici Adriana Chiesa di Palma e Fabrizia Falzetti, il responsabile di “Mestiere cinema”, Guido Cerasuolo, che ha curato la produzione esecutiva, grazie ad una troupe in gran parte veneziana, che ha permesso di ottimizzare i tempi delle riprese, in virtù della familiarità con i segreti della città.

La trama verte sulla pacifica comunità musulmana di Venezia che è stata sfrattata dalla sua moschea da un’avvenente parrucchiera che la trasforma in un salone di bellezza. Viene chiamato in soccorso un giovane e inesperto Imam afghano per riprendersi il loro luogo di culto. Tutti i loro goffi tentativi falliscono comicamente, ma alla fine troveranno un luogo e un aiuto da chi non avrebbero mai pensato. Una storia, che vorrebbe essere divertente, di integrazione culturale in cui spiccano Bepi, un veneziano convertitosi all’Islam (il friulano Giuseppe Battiston), il giovanissimo Imam Saladino (Mehdi Meskar, calabrese-magrebino-parigino cresciuto a Treviso), l’appariscente, esibizionista parrucchiera Zara (la franco-africana Maud Buquet), il presidente della comunità Karim (il pakistano Hassani Shapi), la musulmana progressista Fatima (l’italo-africana Esther Elisha) e il curdo Ala (il siciliano Giovanni Martorana).

La scelta registica e produttiva è stata quella di girare totalmente a Venezia, vista come porta d’oriente, da sempre luogo ideale per gli incontri di culture, l’equivalente europea della città di Istanbul. La commedia all’italiana ha avuto un forte impatto sul cinema mediorientale e nell’esperienza di Kamkari. Ora spetta al pubblico giudicare se l’autore sia riuscito o meno ad avvicinarsi ai grandi registi del nostro paese. Il film comunque scorre tranquillo per poco più di 90 minuti e, attraverso una sfilata di macchiette, pone l’attenzione al problema della libertà religiosa, cercando di far discutere senza pregiudizi, nella speranza di risolvere civilmente, invece di addentrarsi in polemiche inutili, i tanti problemi che ormai sorgono nell’età della globalizzazione. Vista la nutrita presenza della comunità musulmana a Venezia – 20.000 persone stimate -, che pur avendo fatto richiesta alle autorità competenti, non ha ancora ottenuto un luogo fisso di culto, il film si augura di poter contribuire finalmente a risolvere una spinosa questione, che si trascina da ben 15 anni, ponendo fine alle lungaggini burocratiche, che sempre regnano nel Belpaese.

Azzeccata la scelta di affidare le musiche all’orchestra di Piazza Vittorio, apprezzata recentemente dal vivo al teatro Goldoni, la quale con la sua musica incarna perfettamente il matrimonio tra oriente e occidente ed è la prova di quanto le frontiere siano poco reali. Alla fine, Giuseppe Battiston, senza entrare nel merito dell’affare della moschea, ha voluto sottolineare come la città di Venezia non abbia saputo cogliere un’occasione di dialogo e approfondimento della questione, preferendo a livello politico la strumentalizzazione e la chiusura tecnica del luogo.