Società Italiana di Pediatria e Neonatologia: «chiudere punti nascita con meno di 500 parti anno»

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I pediatri giudicano «inadeguata e pericolosa» la delibera della Regione del veneto che li lascia aperti. In Trentino, dopo l’annunciata chiusura di Cavalese, si chiede la deroga per Arco

punti nascita ospedale culleProsegue la contrapposizione tra operatori sanitari e amministratori pubblici in tema apertura dei punti nascita presso gli ospedali minori che registrino meno di 500 parti all’anno, soglia ritenuta minima per assicurare la necessaria sicurezza alle partorienti e professionalità agli operatori sanitari.

«Inadeguata e pericolosa la delibera che ufficializza la persistenza di punti nascita con meno di 500 parti l’anno e in cui la presenza del pediatra può essere garantita soltanto per tre ore al giorno» affermano il presidente della Società Italiana di Pediatria Alberto Villani e il presidente della Società Italiana di Neonatologia Mauro Stronati in una lettera inviata al presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, e all’assessore alla sanità, Luca Coletto. Villani e Stronati esprimono preoccupazione per la deliberazione (n. 2238 del 23 dicembre 2016 pubblicata sul BUR n.6 del 13 gennaio 2017) con cui la Giunta regionale veneta ufficializza la persistenza di punti nascita con meno di 500 parti all’anno, in deroga all’accordo Stato-Regioni del 16 dicembre 2010 che ne ha previsto la chiusura per rendere il parto più sicuro sia per le mamme sia per i neonati.

«Confidiamo in una tempestiva revisione del provvedimento – scrivono Villani e Stronati – che espone i bambini a rischi inaccettabili in un Paese civile». Le società scientifiche ricordano che a oltre 6 anni dalla riorganizzazione della rete neonatale «tanti bambini nascono ancora in centri nascita non adeguati, dove avvengono meno di 500 parti all’anno, come confermano gli ultimi dati del Piano nazionale Esiti. Auspichiamo – concludono SIP e SIN – una riorganizzazione delle rete dei punti nascita del nostro Paese, secondo standard scientifici internazionalmente riconosciuti, con l’obiettivo di garantire la massima sicurezza alla mamma e al neonato e di ottimizzare l’uso delle risorse disponibili, ed i cui punti cardine sono: l’accorpamento dei punti nascita con basso numero di nati per anno; il potenziamento delle unità di terapia intensiva neonatale e l’attivazione dello STEN (servizio di trasporto per l’emergenza neonatale)».

Il problema della chiusura dei punti nascita con meno di 500 parti all’anno è sentito anche in provincia di Trento, dove il tentativo da parte della giunta provinciale di tenere aperto in deroga il punto nascite di Cavalese in Val di Fiemme è destinato a fallire per la mancanza di medici disponibili a lavorare in valle, mentre quello di Cles in Val di Non probabilmente farà la stessa fine.

Viceversa, per il punto nascita dell’ospedale di Arco nell’Alto Garda i due deputati Mauro Ottobre (ex Patt) e Riccardo Fraccaro (M5S) chiedono all’assessore provinciale alla sanità, Luca Zeni, di rivedere la decisione della chiusura in quanto «acclarata la retromarcia dell’assessore Zeni, che ha annunciato di ripresentare la richiesta di deroga per il punto nascita di Cavalese, anche l’Alto Garda e Ledro inevitabilmente non deve essere tagliato fuori da questo discorso e non ci può essere una disparità di trattamento. Sarebbe intollerabile, ingiustificabile e umiliante. Che la stessa cosa allora si faccia per il punto nascite di Arco». In una nota congiunta, i parlamentari Ottobre e Fraccaro assieme al sindaco di Tenno Gianluca Frizzi «ora anche i sindaci dell’Alto Garda e Ledro si facciano un esame di coscienza e abbiano il coraggio di andare contro i diktat di partito. Dobbiamo finalmente avere la considerazione che meritiamo come territorio dal governo provinciale. Qui c’è bisogno – proseguono i tre esponenti politici – di una riflessione profonda in merito alla disparità di metodo tra Arco e Cavalese sui punti nascita. Ci sembra che nel programma di governo di coalizione e anche dei partiti singoli che la compongono si parla di salvaguardia dei territori e dei loro servizi alla persona e territori. Non si possono spendere 400 milioni di euro per il nuovo ospedale di Trento e poi tagliare sui servizi essenziali ai cittadini sul territorio».