Banche Venete: analisti stimano in 3,5 miliardi costi per lo Stato

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Rischi da Commissione Ue. Per Intesa operazione un affare. Le associazioni dei risparmiatori rilanciano: «pronti ad azioni forti. Alle stesse condizioni di banca Intesa, compriamo noi le due banche offrendo il doppio, 2 euro»

crisi banche venete proteste clientiClima incandescente attorno al salvataggio delle due banche popolari venete dopo l’uscita di banca Intesa Sanpaolo che si è detta disponibile a rilevare la sola polpa buona dei due istituti di credito per la cifra simbolica di un euro, lasciando tutti gli oneri sulle spalle dei risparmiatori e dei contribuenti.

Il costo per lo Stato, e dunque per i contribuenti, della “bad bank” in cui verrebbero fatti confluire tutti gli asset problematici della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca potrebbe essere di almeno 3,5 miliardi di euro. E’ quanto stimano alcuni analisti finanziari commentando l’offerta di Intesa Sanpaolo. L’incognita maggiore sull’operazione – giudicata molto conveniente per Ca’ de Sass (Mediobanca stima un aumento del 6% dell’utile per azione e “virtualmente” zero rischi) – resta l’atteggiamento dell’Europa nei confronti dell’utilizzo di risorse pubbliche per liquidare la “bad bank”.

«Il punto interrogativo resta comunque se la Ue consentirà al governo di intervenire pesantemente per coprire i costi di ristrutturazione e il capitale della “bad bank” (3,5 miliardi secondo i nostri calcoli) – rilevano gli analisti di Equita Sim – anche se ci sembra ragionevole pensare che un accordo informale fra le varie autorità sia già stato negoziato». Per Intermonte «le “good bank” dovranno essere ricapitalizzate dal governo/sistema bancario per 3,5 miliardi prima di essere vendute a Intesa per 1 euro così da assicurare alla banca che il suo Cet1 pro-forma 2016 sia mantenuto invariato». 

Nessun dubbio, invece, sul fatto che la liquidazione delle banche venete sia un affare per Intesa: «un affare troppo bello per essere vero», che porta a «un aumento dell’utile per azione del 6% e virtualmente zero rischi», afferma Mediobanca, che vede i rischi maggiori «nell’interpretazione da parte della Commissione Ue delle regole sugli aiuti di Stato». Equita stima che «le nuove banche potrebbero generare un utile 2020 di circa 390 milioni», grazie a 690 milioni di sinergie. Per Intermonte l’operazione è «accrescitiva» del capitale di Intesa, grazie alla migrazione sui modelli interni della banca (35 punti base di Cet1) e all’utilizzo di 730 milioni di crediti fiscali (25 punti base). Con la disponibilità di Intesa, notano gli analisti di Credit Suisse, si è creata «una situazione vincente sia per Intesa Sanpaolo e sia per le altre banche italiane», visti i minori rischi sistemici, sottolineando come gli attivi delle due banche venete siano stati già scandagliati in vista della possibili ricapitalizzazione precauzionale e «non dovrebbero nascondere ulteriori perdite». 

Se per banca Intesa Sanpaolo l’operazione, così come l’ha prospettata nella nota diffusa ieri, è estremamente vincente, non così per i risparmiatori che hanno investito nei titoli delle due banche e per i contribuenti. L’associazione “Noi che credevamo nella banca Popolare di Vicenza e in Veneto Banca” ha annunciato di essere pronta ad «azioni forti» qualora l’operazione prospettata di ingresso di Intesa Sanpaolo nelle due ex popolari venete dopo lo scorporo degli asset in una parte profittevole e una “bad bank” non tutelasse «i piccoli risparmiatori. Questi ultimi, resterebbero senza garanzie proprio ora che stanno arrivando molte sentenze favorevoli di risarcimento danni. Vogliamo gridare alle istituzioni che se ci lascerete senza garanzie e diritti di vederci risarcito il maltolto siamo pronti ad azioni forti».

L’Associazione soci banche popolari «esprime la propria netta contrarietà alla operazione di acquisto simbolica da parte di Banca Intesa di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza», propone che l’aumento di capitale sia «integralmente sottoscritto dallo Stato, nazionalizzando di fatto le due banche» ritenendo «inutile buttare soldi per ricapitalizzare la “bad bank”». Secondo l’associazione i crediti in sofferenza «verrebbero scaricati sulle spalle dello Stato e dei vecchi soci, i quali si troverebbero azzerati insieme ai detentori dei bond subordinati. Una beffa atroce per che comporterebbe la perdita di tutto il capitale senza alcuna possibilità di recupero in futuro e con il serio pericolo di vedere sfumare anche eventuali azioni legali intraprese per la pratica assenza di capitale aggredibile in capo alla “bad bank”». 

Non solo: tra le “proposte forti” avanzate dal Coordinamento banche popolari venete “Don Torta” per il tramite del suo presidente  avv. Andrea Arman, l’Associazione “noi che credevamo nella BpVi” tramite il suo presidente Luigi Ugone e il Movimento difesa diritti del cittadino tramite il suo presidente avv. Sergio Calvetti, in una nota congiunta diffusa si dicono disponibili «a rilevare, alle medesime condizioni offerte da banca Intesa Sanpaolo, ma pagando il doppio, le due banche popolari venete», invitando a tal fine «i soci di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca e tutti i cittadini che hanno  a cuore l’economia e la dignità del Veneto e d’Italia  a manifestare la propria adesione, entro il 25 giugno 2017, al progetto», anche per «smascherare l’operato dal governo e dal mondo dell’alta finanza che di concerto hanno agito per trasferire le ricchezze dei risparmiatori veneti» ai soliti poteri forti.

Sulla vicenda interviene anche il capogruppo di Fi alla Camera Renato Brunetta, secondo il quale «se l’operazione di Intesa si perfezionasse, ed è molto probabile che ciò avvenga, il Tesoro sarebbe obbligato a farsi carico della “bad bank”, ovvero del veicolo societario da istituire ad-hoc nel quale fare confluire i crediti inesigibili e le sofferenze, previo azzeramento di tutti gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati. Fonti di stampa riferiscono che, alla fine, il conto per il Tesoro, e quindi per i contribuenti italiani, potrebbe toccare la cifra monstre di 5-6 miliardi di euro, oltre al miliardo e mezzo di risparmi degli italiani che andrebbero in fumo. Anche in questa vicenda il ministro Padoan ha di fatto sbagliato tutto quanto poteva sbagliare. Dichiarava che la situazione era sotto controllo, che i contatti con le autorità europee proseguivano positivamente e poi, all’improvviso, il radicale cambio di rotta. Da questa storia uscirà un solo vincitore, Banca Intesa, ringraziando il cielo che almeno si tratta di una banca italiana. Tutti gli altri ci perdono: clienti, azionisti, obbligazionisti, dipendenti delle due banche, imprenditori veneti, Tesoro e contribuenti italiani».