“Note Riflesse” al Palazzetto Bru-Zane

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Un gradevole concerto con riferimenti al vetro in occasione della “Venice Glass Week”. Presentazione del festival “Antoine Reicha musicista cosmopolita e visionario”

Di Giovanni Greto

bru zane note riflesseIl Palazzetto Bru Zane ha partecipato alla prima edizione di “The Venice Glass Week”, offrendo un convincente excursus intorno all’arte della lirica in un recital per voce e pianoforte che ha ripercorso la produzione francese a partire dalla metà dell’Ottocento con “Le Petits Coups”(1849), una Mélodie di Edouard Lalo (1823-1892), per arrivare ai primi del Novecento con “Air de Nini. Loin du coktail”, tratto dall’operetta “La D’moiselle du Taabarin”(1910) di Edmond Missa (1861-1910). E proprio quest’aria ha provocato il sorriso, per il testo e per un’interpretazione fresca e spiritosa, tra il pubblico presente al Palazzetto.

Il programma ha per altro accostato alcuni classici del repertorio – come l’”Air des bijoux”, tratta dal Faust (1859) di Charles Gounod (1818-1893), capolavoro indiscusso dell’autore e dell’arte francese; l’Aria “Griserie”, tratta da “La Périchole” (1874) di Jacques Offenbach (1819-1880); l’Aria “Adieu notre petite table”, tratta dalla Manon (1884) di Jules Massenet (1842-1912) – ad altri successi più effimeri provenienti dai teatri popolari parigini. Si sono ascoltati anche i primi tentativi di Charles Lecocq (1832-1918), esponente del rinnovamento dell’opéra-bouffe sotto la Terza Repubblica: “A table”, un’aria tratta da “L’Amour et son carquois” (1868) e “Gai Paris” da “Les Cent Vierges” (1872).

Oltre al brano di Lalo, hanno trovato posto altre raffinate Mélodie: “Reflets dans l’eau”, “Le Parfum impérissable”, “Après un reve” di Gabriel Fauré (1845-1924) che fu un maestro di questo genere e “Le Colibri”, “Hébé” e “Serenade italienne” di Ernest Chausson (1855-1899), scomparso prematuramente in un incidente di bicicletta. Una serata piacevolissima che ha fatto scoprire una cantante tecnicamente e scenicamente impeccabile come Chiara Skerath, giovane soprano belga-svizzero, e il pianista Antoine Palloc, già ospite del Palazzetto, il quale ad un certo punto della carriera di concertista ha scelto di mettersi al servizio della voce e del testo con grande passione e rigore, approfondendo lo studio dei ruoli ed impegnandosi a favore della diffusione del recital per canto e pianoforte.

Visto il gradimento della platea, la soprano ha prolungato la serata eseguendo due bis: “O mio babbino caro” e una versione veloce di un classico della canzone napoletana, “Marechiaro”, a dimostrazione della sua duttilità di interprete.

Pochi giorni più tardi, prima di presentare il festival autunnale dedicato alla rivalutazione e alla riscoperta di Antoine Reicha, Françoise Alibert, da cinque anni alla direzione del Palazzetto, con una breve comunicazione che ha sorpreso i presenti, ha annunciato di lasciare Venezia per accettare la nomina di direttore generale della Cité musicale di Metz da parte del ministero della Cultura francese e della città stessa. Ha così lasciato, forse un po’imbarazzata e ormai lontana con la mente dal Palazzetto, ad altri colleghi il compito di collocare cronologicamente ed artisticamente la figura del compositore.

Il festival si sviluppa in otto concerti che esplorano il repertorio del compositore ceco, naturalizzato francese nel 1829, il quale frequentò e suonò in anni giovanili assieme a Beethoven nell’orchestra del teatro di Bonn e studiò la musica di Haydn, prima di trasferirsi a Parigi nel 1808. Nato a Praga, Antoine Reicha (o Antonin Rejcha, 1770-1836), oltre che uno stimato compositore, fu uno dei più importanti teorici e pedagoghi della prima metà del 1800. Oggi pressoché dimenticata, la sua opera, che comprende numerosi brani per pianoforte e per strumenti a fiato, oscilla tra l’espressione di una levità ereditata dal classicismo e un gusto marcato per la sperimentazione teorica, al limite della visionarietà (“Quatuor scientifique”, fughe per pianoforte).

Grazie alla sua sapienza nel contrappunto, Reicha nel 1918 fu nominato professore di contrappunto al Conservatorio di Parigi. Teorico meticoloso scrisse, tra i numerosi trattati di composizione, il “Traitè de haute composition musicale” (1824-1826), pervaso da una costante preoccupazione per l’equilibrio e la razionalità, in cui egli fornisce prova di un’eccezionale chiaroveggenza riguardo al futuro.

Reicha non si ferma ad approfondire il linguaggio musicale, sperimentando altresì il mezzo sonoro. Eccellerà soprattutto nella scrittura per gli strumenti a fiato, padroneggiandone alla perfezione la qualità così come i limiti tecnici. A questo proposito il Palazzetto nel programma del Festival dedicherà due concerti alle composizioni per fiati, il primo sabato 21 alle ore 17.00, con il Quintetto Klarthe (flauto, oboe, clarinetto, corno e fagotto) che eseguirà due quintetti per fiati (il n. 2 dell’op. 88 e il n.5 dell’op. 100); il secondo venerdì 27 alle ore 20.00, con il Quartetto Mandelring (due violini, viola, violoncello), che assieme alla solista Laura Ruiz Ferreres eseguirà il “quintetto per clarinetto e archi, op. 89 (1809), in cui lo strumento a fiato è spesso posto in primo piano, anche se il compositore favorisce il dialogo con il primo violino. L’ultimo concerto, “Verve romantica”, sabato 4 novembre alle ore 17.00, sempre al Palazzetto, in collaborazione con la Chapelle musicale Reine Elisabeth, vedrà il Trio Medici (violino, violoncello e pianoforte), cimentarsi in uno dei “Six grand trios concertants pour pianoforte, violon et violoncelle op. 101”(pubblicati nel 1824), il “trio con pianoforte in re minore n. 2”, nel quale Reicha ambisce a “fondere i tre strumenti in modo che si facciano per così dire uno solo, e in questa riunione a rendere interessante ognuno di loro il più possibile”. Prende in tal modo le distanze dal classicismo viennese, evitando abilmente di essere travolto dal tumulto di un romanticismo esacerbato.