La “Manon Lescaut” di Puccin per la Stagione lirica del Teatro Filarmonico di Verona

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Manon Lescaut atto I foto Ennevi 174
Proposta nell’allestimento di Graham Vick e con il giovane Francesco Ivan Ciampa alla direzione dell’Orchestra e del Coro della Fondazione Arena

Domenica 4 marzo 2018 (ore 15.30; repliche martedì 6 marzo, ore 19.00 – giovedì 8 marzo, ore 20.00 – domenica 11 marzo, ore 15.30) torna al Teatro Filarmonico di Verona uno dei capolavori del compositore di Lucca: Manon Lescaut di Giacomo Puccini.

L’opera è proposta per quattro rappresentazioni nella provocatoria coproduzione di Fondazione Arena e Teatro La Fenice di Venezia ideata da Graham Vick nel 2010 e qui ripresa da Marina Bianchi, con le scene di Andrew Hays, i costumi di Kimm Kovac, il lighting design di Giuseppe Di Iorio e i movimenti mimici firmati da Ron Howell e qui ripresi da Danilo Rubeca.

La direzione di Orchestra, Coro e interpreti è affidata alla giovane ed esperta bacchetta di Francesco Ivan Ciampa che, dopo l’ottima sinergia instaurata con i complessi areniani negli ultimi due anni sia in campo operistico che sinfonico, torna sul palcoscenico veronese per affrontare per la prima volta questo titolo pucciniano.

Rappresentata per la prima volta al Teatro Regio di Torino il 1 febbraio 1893, con oltre trenta chiamate della prima compagnia alla ribalta Manon Lescaut decreta fin da subito il grande successo del suo compositore, allora poco più che trentenne, sulla scena internazionale; e proprio grazie a quest’opera, George Bernard Shaw l’anno successivo designerà profeticamente Puccini quale “erede di Verdi”. Sempre nel 1893 il titolo approda al Teatro Filarmonico di Verona, come seconda opera del musicista lucchese ad esservi rappresentata dopo Le Villi. Tornerà poi al Filarmonico in tempi più recenti, nel 1984 e, quindi, nel 2011 con la regia di Vick ripresa da Marina Bianchi. All’Arena di Verona Manon viene rappresentata solamente nel 1970, ma l’occasione è memorabile per il debutto sul palcoscenico scaligero della grande Raina Kabaivanska.

Definita un «racconto aspro ma ricco d’immaginazione» (per riprendere le parole del giornalista Cesare Galla), Manon trova nella messa in scena di Graham Vick una lettura che porta in evidenza in maniera cruda, tagliente e quasi espressionista quanto l’eroina pucciniana sia profondamente e tragicamente attuale. L’allestimento in «versione moderna», come afferma lo stesso Vick nelle sue note di regia, intende discostarsi da una rappresentazione tradizionale dell’opera, rivisitandola e inquadrandola invece in una sorta di “lezione di morale” per «ricreare l’impatto giovane e fresco della prima Manon; una freschezza che emerge anche dalla ricchezza e dall’abbondanza delle invenzioni musicali di Puccini, un Puccini che “sogna” un amore romantico, ideale, poetico». Manon Lescaut atto III foto Ennevi 1008

Per Puccini, infatti, della Manon del racconto “Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut” dell’abate Antoine Francoise Prevost, da cui trae il soggetto per la sua musica, interessa proprio il suo essere «légère et impudente», emblema dannato della femminilità. È infatti la protagonista a reggere le fila della vicenda, non Des Grieux, come emerge dal «calore che infiamma la partitura tutte le volte che l’attenzione è rivolta a Manon, – ha sottolineato nel 1984  il musicologo Leonardo Pinzauti – come se da lei si riverberasse misteriosamente, in una morbidezza che sembra dilagare su tutto e su tutti, un incontenibile e tragico fascino di donna, e di una donna tutta di carne».

Da questo calore prende energia la lettura orchestrale di Francesco Ivan Ciampa, che debutta alla direzione di quest’opera: «la sentirò all’italiana, con passione disperata» dichiara, citando una storica affermazione del compositore. A Manon Lescaut Ciampa arriva con un percorso quasi “al contrario” rispetto alle composizioni pucciniane: «Sono partito da Turandot e poi le ho affrontate quasi tutte; Manon Lescaut è la penultima, poi mi manca solo La fanciulla del West». E in Manon Ciampa legge quanto Puccini avesse bisogno di dimostrare chi fosse davvero, quali fossero le sue capacità, per questo trova nella partitura «un’esplosione, un torrente di idee». Inoltre il direttore d’orchestra dichiara di avere una predilezione particolare per questo titolo anche per un altro motivo: «Manon è l’unica eroina non solo pucciniana, ma nella storia del melodramma, che muore a tempo di minuetto. E questo è geniale». Infatti, per tutta l’opera vediamo una donna costretta a scappare o interrompere il suo rapporto d’amore a causa delle frivolezze e delle vanità dalle quali dipende completamente. Tuttavia alla fine sembra accorgersi in cosa consista l’amore vero e più puro e, come in una slow motion, ripercorre la sua vita accompagnata fino all’ultimo respiro da questo minuetto via via sempre più lento: «È meraviglioso pensare che non esista tempo musicale più giusto. Il minuetto era un danza d’élite e così Puccini, rallentandolo fino all’estremo, in 4 o 5 battute condensa tutto il concetto dell’esistenza di Manon».