Slovenia: dopo le dimissioni governo Cerar, incertezza sulla data del voto

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Proseguono le consultazioni del presidente Pahor.

In Slovenia, dopo un primo giro di consultazioni fra il presidente della Repubblica, Borut Pahor, e i maggiori gruppi parlamentari non c’è ancora una convergenza sulla data delle elezioni anticipate, inizialmente previste per la seconda metà di giugno.

Nel giorno in cui l’Assemblea parlamentare ha preso atto e formalizzato le dimissioni del primo ministro, Miro Cerar, e dell’intero governo, che rimarrà in carica solo per gestire gli affari correnti, Pahor ha incontrato i capigruppo dei partiti di maggioranza e del maggior partito di opposizione, l’SDS dell’ex primo ministro Janez Jana, per trovare una convergenza sulla data delle prossime elezioni, che dovrebbero essere anticipate di poche settimane.

Mercoledì si è concluso il secondo giro di colloqui con la sinistra di Levica, il partito Nova Slovenija e i deputati indipendenti e rappresentanti delle comunità nazionali. Al termine di questi incontri Pahor dovrebbe essere in grado di stabilire una nuova data, comunque non più tardi di due mesi dallo scioglimento dell’Assemblea nazionale.

Nel discorso di formalizzazione delle dimissioni, Cerar ha ribadito di aver deciso di lasciare il governo «perché gli eventi delle ultime settimane non si sono svolti nell’interesse della Slovenia, ma nell’ottica di favorire interessi acquisiti». Grazie al lavoro svolto dal suo governo ora ci sono le condizioni per un «normale processo democratico di ricerca di un nuovo consenso sociale», riferimento questo alle ingiustizie reali che si sono accumulate negli anni di crisi.

Nel giorno in cui Cerar ha rassegnato le dimissioni, a Lubiana si è svolta una giornata di sciopero, la seconda da inizio anno, che ha coinvolto oltre 30.000 impiegati pubblici che chiedevano un adeguamento salariale e condizioni retributive in linea con i segnali di crescita dell’economia. Cerar ha inoltre aggiunto che «è necessario interrogarsi se sia effettivamente lecito abusare di tutti i possibili canali democratici per fermare i progetti di infrastrutture di importanza strategica», un chiaro riferimento alla sentenza della Corte suprema che ha invalidato il referendum sul progetto del doppio binario lungo la tratta Divaccia-Capodistria e portato alle sue dimissioni nella tarda serata di mercoledì scorso.