Tassa sacchetto bio: nella GDO è boom di ortofrutta confezionata

Per risparmiare da 2 a 3 cent sui sacchetti i consumatori pagano la frutta il 43% in più. Calo di ortofrutta sfusa (-3,5%) e un balzo di quella confezionata (+11%).

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tassa sacchetto bio

Quella del pagamento del sacchetto bio per l’asporto della frutta e verdura presso i supermercati (i banchetti dei mercati di quartiere ne sono fortunatamente esentati e spesso ricorrono ancora ai buoni, vecchi, ecologicissimi sacchetti carta) si sta rivelando un boomerang per i consumatori e anche per l’ambiente.

Secondo l’Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, baccio del ministero per l’Agricoltura) ha registrato un deciso calo della vendita di ortofrutta sfusa nel primo trimestre dell’anno, pari a -3,5% in volume e -7,8% in termini di spesa, e un’impennata altrettanto marcata degli acquisti di ortofrutta fresca confezionata, +11% in volume e +6,5% la spesa.

Una situazione che, secondo la stessa Ismea è doppiamente controproducente: non solo i prodotti confezionati hanno un costo nettamente superiore a quelli sfusi, in media il 43% in più ma le loro confezioni nella maggioranza dei casi non sono affatto prodotte con materiali ecologici e riciclabili.

Gli effetti di tale comportamento da parte dei consumatori hanno riflessi negativi anche nella catena di fornitura dell’ortofrutta, in quanto la grande distribuzione (GDO) difficilmente confezione direttamente l’ortofrutta, chiedendo ai singoli fornitori di provvedere a suon di sacchetti e padelle. Cosa che per i piccoli agricoltori che dopo lunghi sforzi erano riusciti a penetrare presso la GDO è un doppio svantaggio, in quanto rischiano di essere espulsi se non adeguano la loro offerta alla richiesta del cliente, cosa che spesso è oltremodo difficile e costosa.

Un costo che ricade anche sull’ambiente: molto spesso le confezioni di ortofrutta non sono realizzate con materiali biologici e compostabili, spesso nemmeno riciclabili, con il risultato di aumentare il quantitativo di elementi inquinanti immessi nell’ecosistema, materiali che spesso hanno una durata di qualche centinaio d’anni prima del loro effettivo smaltimento.

L’unica speranza è che un nuovo governo intervenga con decisione per ripristinare una situazione che sia vincente sia per i consumatori che per l’ambiente, cancellando l’ennesimo pateracchio di cui si è macchiato il governo Gentiloni.