Autonomia per Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna avanti sì, ma piano

Incardinata la discussione del Consiglio dei ministri, ma M5s rafforza l’ammuina. Di Maio: «si a maggiore autonomia, ma servono maggiori risorse per le regioni del Sud per favorirne lo sviluppo».

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Un mezzo passo avanti e un quarto indietro: così si potrebbe riassumere quanto successo nelle ultime ore quanto al travagliato processo di concessione di maggiore autonomia per le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.

Forte del supporto del leader della Lega, Matteo Salvini, il ministro per gli Affari regionali e le autonomie, Erika Stefani, ha incardinato ufficialmente la discussione all’interno del Consiglio dei ministri gli accordi per la maggiore autonomia. «Con il premier Conte abbiamo stabilito la “road map” sulle fasi finali della trattativa. Con il presidente abbiamo confermato la necessità di un passaggio preliminare – alla firma – del testo delle intese nelle commissioni parlamentari – sottolinea in una nota Stefani -. Il governo ha scelto di intraprendere una fase storica per un nuovo regionalismo che passa attraverso responsabilità, competenza e democrazia diretta».

Una notizia immediatamente cavalcata dal governatore del Veneto, Luca Zaia: «sull’autonomia si sta scrivendo una pagina di storia che ridarà efficienza a tutta Italia e cambierà pelle alla Repubblica. Oggi è una bella giornata per il Governo e per la compagine politica che lo sorregge e che sta cercando di rispettare la parola data ai cittadini con il contratto di governo. Grazie al premier Giuseppe Conte, al vicepremier Matteo Salvini, che non ha mai abbassato la guardia e dovrà ora gestire la partita politica in seno all’Esecutivo, grazie all’instancabile ministro per gli Affari regionali e le autonomie, Erika Stefani».

Secondo Zaia «siamo totalmente disponibili a sederci al tavolo per negoziare l’intesa e per garantire un suo rapido approdo in Parlamento. Un’autonomia che comprende tutte le 23 materie consentite dalla Costituzione, che non toglie ai poveri per dare ai ricchi, che non crea sanità di serie A e serie B, che non prospetta un Paese a due o tre velocità. Che si basa, al contrario, su un impianto solidaristico e responsabilizza definitivamente tutti gli Amministratori rispetto ai cittadini».

Zaia ha definito l’autonomia come «un processo inarrestabile da Nord a Sud, con 12 Regioni che, sulla falsariga del Veneto, hanno già avviato il loro cammino e altre 5 che l’autonomia ce l’hanno già. Parliamo di 17 Regioni su 23, il che significa che i cittadini non hanno paura di questa riforma epocale, semmai ce l’hanno alcuni Amministratori che si vedranno chiamati a una vera assunzione di responsabilità. 2.328.000 veneti, il 22 ottobre del 2017 – ricorda Zaia – con una scelta democratica e gandhiana si pronunciarono quasi all’unanimità dei votanti per il sì all’autonomia. Dare loro risposta era un dovere di democrazia e di civiltà».

Risposta che puntualmente è venuta dall’altro vicepremier, il pentastellato Luigi Di Maio, il quale ha buttato secchiate di acqua gelata sugli ardori autonomistici di Stefani e Zaia. «La maggiore autonomia è nel contratto di governo e sarà fatta – ha detto Di Maio -, ma bisogna parimenti fare un percorso di sostegno alle regioni del Sudper aiutarle a svilupparsi e a recuperare lo svantaggio rispetto alle regioni del Nord». Detto in altri termini: per vedersi concessa l’agognata autonomia, le regioni dovranno rassegnarsi ad essere continuamentemunte” da quelle inefficienti e clientelari del Sud, dove Di Maio e pentastellati vari stanno allestendo la loro ridotta a suon di reddito di cittadinanza, navigator et similia.

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