Maggiore autonomia: la Cna calcola le maggiori entrate per le regioni interessate

10 miliardi in più circa per Lombardia e Veneto, mentre poco o nulla per l’Emilia Romagna. 

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L’applicazione del regionalismo differenziato a seguito della richiesta di maggiore autonomia comporterebbe un incremento dei bilanci di 9,9 miliardi di euro, tra spesa diretta e fondi agli enti locali, per le tre regioni interessate: 6,4 miliardi per la Lombardia, 3,3 miliardi per il Veneto e 136 milioni per l’Emilia Romagna.

Il dato emerge dal settimo rapporto dell’Osservatorio economico delle tre Cna regionali, dedicato quest’anno al tema dell’autonomia differenziata e presentato nella sede del Consiglio regionale del Veneto, a Venezia.

Secondo il rapporto, nel 2017 le spese finali del complesso delle tre regioni ammontavano a 46,1 miliardi. A seguito dell’attuazione della maggiore autonomia, la crescita sarebbe del 22% e gli effetti sarebbero apprezzabili soprattutto in Lombardia (+27%) e Veneto (+29%), mentre in Emilia Romagna non si avrebbe un significativo aumento del bilancio, poiché gran parte delle richieste sono collegate alla regionalizzazione dei trasferimenti statali.

Non sono invece stimabili, sempre secondo lo studio, i risparmi di spesa derivanti da una migliore gestione delle risorse pubbliche rispetto allo Stato, anche se qualche indicazione sui benefici per l’economia locale può essere desunta da uno studio della Fondazione per la Sussidiarietà: tale ricerca, effettuata su 30 Paesi europei, ha dimostrato come un aumento del 10% del grado del decentramento della spesa pubblica stimoli una crescita del Pil procapite dello 0,64%.

La dimensione dei bilanci regionali di Veneto, Emilia Romagna e Lombardia in rapporto al Pil si colloca su livelli significativamente inferiori rispetto alla spesa media del complesso delle regioni: nel 2017 il rapporto spesa/Pil del Veneto è del 31% inferiore rispetto alla media nazionale, in Emilia Romagna 35% inferiore e in Lombardia 39% inferiore, e occupano le ultime tre posizioni della graduatoria nazionale. A fronte di una media del 39,1% sul Pil, nel 2016 la spesa finale dell’operatore pubblico in Lombardia ammonta al 29,9%, in Veneto e in Emilia Romagna rispettivamente al 31,9% e al 32,5%, con le prime tre posizioni occupate da Calabria (59,3%), Molise (57,2%) e Sardegna (56,2%).

Le Regioni ordinarie hanno contribuito in maniera rilevante al risanamento dei conti pubblici nazionali mediante tagli ai trasferimenti e un inasprimento dei vincoli di bilancio: a fronte di una decurtazione dei trasferimenti statali di quasi 7 miliardidi euro, alle tre regioni che chiedono maggiore autonomia hanno contribuito con ben 2,3 miliardi, vale a dire un terzo dei tagli totali. Rispetto al 2010, l’Emilia Romagna ha perso il 54% dei trasferimenti statali non destinati alla sanità, mentre Lombardia e Veneto il 48%: nel 2017 mancano quasi 1,7 miliardi di spese per investimento rispetto al 2008. Nel 2016 il calo degli investimenti si è attestato al 43% (-39% in Lombardia, -44% in Veneto e -50% in Emilia Romagna). Si registra inoltre l’inesorabile caduta della quota della spesa in conto capitale sulle uscite effettive: tra il 2008 e il 2017 la quota di risorse regionali destinate agli investimenti è passata dal 7,3% al 3,6% in Emilia Romagna, dal 7,6% al 4,9% in Lombardia e dal 10,5% al 5,7% in Veneto.

Più che ovvio che questo trio di regioni che produce da solo gran parte del Pil e del gettito fiscale nazionale chieda di riprendersi margini finanziari per migliorare la propria capacità di investimento per potenziare ulteriormente il proprio tessuto economico a vantaggio anche dello Stato e delle regioni più povere, che devono però iniziare a dimostrare nei fatti di essere capaci di crescere anche con le proprie forze, oltre che con l’assistenzialismo che ha loro tarpato le ali e alimentato solo la spesa corrente e una classe politica spesso irresponsabile.

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