Farmaci equivalenti, gli italiani ne sanno molto, ma li usano poco

Dallo studio risulta che il 90% dei connazionali, contro una media Europa del 63%, conosce perfettamente i farmaci generici. 

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farmaci equivalenti

Campioni europei sulla teoria, rimandati nella pratica in fatto di farmaci equivalenti o generici. «Gli italiani conoscono molto bene il sistema dei medicinali equivalenti, cosa che non trova riscontro in altri Paesi nonostante quote di mercato molto diverse» nella Penisola rispetto ad altre nazioni del Vecchio continente. E’ uno dei dati evidenziati da Enrique Häusermann, amministratore delegato di EG Spa e Crinos Spa, società del gruppo tedesco Stada, fra quelli emersi dall’Heath Report 2019Il futuro della salute”. Una ricerca condotta da Kantar Health per Stada in 9 Paesi (Belgio, Francia, Germania, Gb, Polonia, Russia, Serbia, Spagna e Italia), per un totale di 18.000 intervistati di cui 2.000 nella Penisola.

Dallo studio risulta che il 90% dei connazionali, contro una media Europa del 63%, conosce perfettamente i farmaci equivalenti. «Siamo rimasti molto stupiti – dice Häusermann all’AdnKronos Salute -. Mi sarei aspettato che in Paesi tipo la Germania o l’Inghilterra, piuttosto che nelle nazioni del Nord Europa, i cittadini potessero avere una conoscenza diversa da quella italiana perché completamente diverse sono le quote di mercato». In termini di unità, ossia di scatolette vendute, «la Germania è a più del 50%» mentre «l’Italia è al 25% e sale al 30% sul rimborsato dal Servizio sanitario nazionale». Anche dall’indagine «mi sarei aspettato una differenza percentuale abbastanza simile. Viceversa sembra che gli italiani conoscano meglio di tutti, o grandemente, il nostro mondo».

Benché «la crescita del mercato dei farmaci equivalenti sia costante in modo positivo rispetto a un mondo farmaceutico generale piatto (e parliamo sempre di spesa territoriale, ovvero dei medicinali venduti in farmacia)», rileva Häusermann, per colmare il gap che ancora resiste nel Belpaese tra conoscenza dei medicinali equivalenti o generici e loro effettivo utilizzo «bisogna fare più cultura e informazione».

Sul fronte dei farmaci equivalenti, «la cultura e l’informazione si fanno a livello del farmacista, e qui siamo abbastanza ben messi – osserva Häusermann – a livello del medico c’è da lavorare anche se oggi abbiamo un grosso appoggio da Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) e Simg (Società italiana di medicina generale e delle cure primarie)», e poi è necessario agire sull’opinione pubblica: «bisogna abbattere lo scetticismo che c’è da parte dei pazienti – ragiona Häusermann– perché ci sono ancora molti medici e molti pazienti che non riconoscono ai farmaci equivalenti le caratteristiche che hanno i farmaci a marchio».

Per l’esperto del settore «c’è un’altra situazione molto interessante», e cioè che per i farmaci equivalenti «la quota di mercato nel Nord Italia è decisamente più alta di quella del Sud. In certe regioni del Nord le quote sono esattamente doppie rispetto a quelle del Sud, quando per questioni puramente economiche ci si aspetterebbe una situazione contraria: avendo un potere d’acquisto più basso nel Sud rispetto alla media del Nord, ci attenderebbe che al Sud ci potessero essere delle quote di mercato un po’ più importanti». Häusermann insiste sull’urgenza di “fare cultura”. Da parte degli attori della sanità «non ci interessa la promozione – precisa –. Ci interessa far capire ai medici che si possono risparmiare dei soldi, ma li possono risparmiaresoprattutto i cittadini».

Dal rapporto sembra ci sia ancora molto da fare anche in termini di conoscenza per quanto riguarda invece i medicinali biosimilari: l’88% degli italiani non sa cosa siano, con un 22% che li definisce ad esempio “farmaci a base di piante con etichette bio”. Secondo Häusermann, «il mondo dei biosimilari è poco conosciuto innanzitutto perché è appannaggio degli specialisti e degli ospedali». E poi perché «è nato relativamente dopo quello degli equivalenti: i generici sono arrivati sul mercato grosso modo all’inizio del 2000, i biosimilari diciamo 12-13 anni dopo». Häusermann è dunque ottimista: «ci aspettiamo che fra qualche anno anche per i biosimilari si raggiunga la stessa percentuale di conoscenza da parte dei cittadini».

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