La plastica è veramente un male a prescindere?

La ricercatrice belga Kim Ragaert, professore di scienza dei materiali e lavorazione dei polimeri presso l'Università di Gand, fa luce sulla reale impronta ambientale dei prodotti ritenuti amici dell’ambiente. 

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La plastica, in tutte le sue possibili varianti, è veramente quel male che oggi tanti, troppi, si sgolano di gridare? Forse non del tutto, se si va a guardare i tanti aspetti del ciclo di lavorazione di un prodotto, dove spesso è ecologico solo l’ultimo tratto dello stesso, mentre gran parte di quello di produzione e distribuzione non lo è o lo è solo in minima parte.

L’ingegnere belga Kim Ragaert, professore di scienza dei materiali e lavorazione dei polimeri presso l’Università di Gand, ha portato a TedX un interessante contributo che merita di essere ripreso in quanto fa luce su molti aspetti trascurati dalla comunicazione e dalla politica.

Ragaert parte da una semplice constatazione: non è possibile «fare una guerra cieca contro la plastica solo per il fatto di essere il materiale abbandonato più visibile». E lo fa con alcuni ineludibili fatti tecnici.

«2 grammi di film plastico che avvolge un ortaggio consentono di estenderne la conservazione da 11 a 26 giorni con la conseguente prevenzione dello spreco alimentare e delle emissioni derivate da CO2 nella fase di produzione e trasporto– evidenza Ragaert -: senza quella “pelle di plastica”, le emissioni di CO2 sarebbero moltiplicate per cinque a causa dello spreco degli alimenti per la loro minore conservazione.

Secondo Ragaert, «le materie plastiche sono materiali estremamente leggeri. Hanno metà della densità del vetro e una densità simile alla carta, ma essendo molto resistenti possono essere fabbricati con uno spessore minimo rispetto ad altri materiali. Ciò significa che nella loro produzione consumano molte meno risorse e sono molto più efficienti nel trasporto. Pertanto, per imballare la stessa quantità di liquido è necessario 24 volte più vetro della plastica e il doppio delconsumo di carburante per il suo trasporto dalla fabbrica di produzione al suo utilizzatore e da questo al consumatore finale. E’ vero che è possibile riutilizzare una bottiglia di vetro fino a 8 volte, ma anche solo riciclando il 50% delle bottiglie di plastica, nel caso del vetro si utilizza ancora 6 volte più materiale della plastica. Non solo: la temperatura di fusione del vetro è di circa 1.500 °C, quando quella della plastica è di circa 300 °C: ne consegue che l’energia per fare una bottiglia di vetro è molto più alta di quella necessaria per fare una bottiglia di plastica. In conclusione, il sistema di produzione e riciclaggio della plastica è, nel complesso, infinitamente più efficiente del vetro».

Dal vetro alla carta: «se si confronta un sacchetto di plastica con un sacchetto di carta, per trasportare lo stesso peso, è necessario utilizzare 20 grammi di plastica vergine contro 50 grammi di carta riciclata – afferma Ragaert -. Poiché la carta richiede molta più energia, acqua, terra e alberi per la sua produzione e riciclaggio, sarebbe necessario riutilizzareil sacchetto di carta 4 volte per compensare l’impatto ambientale generato nella sua produzione, che è praticamente impossibile a causa della sua fragilità e rottura . E nel caso in cui la borsa fosse di cotone, la compensazione dell’impatto ambientale generato nella sua fabbricazione non sarebbe stata raggiunta fino a quando non fosse stata utilizzata 173 voltea causa dell’uso intensivo nell’acqua e nel suolo che viene fatto nella coltivazione del cotone. Ecco perché l’opzione miglioreè la busta di plastica riutilizzabile che con 20 utilizzi consente di generare benefici ambientali positivi».

Venendo ai divieti contro l’utilizzo di materiali plastici che stanno nascendo sull’onda del facile populismo, Ragaert utilizza un semplice esempio: «se qualcuno lascia una macchina in mezzo alla strada, si dà la colpa alla macchina? Vietiamo le auto? La colpa è di chi lascia la macchina in mezzo alla strada e la multa è dovuta a chi la lascia. Gli studi dimostrano che l’80% dei rifiuti abbandonati proviene da noi stessi, dai consumatori».

E nel caso di una diffusione sistematica della diffusione all’utilizzo della plastica, secondo Ragaert «gli effetti sull’ambientesaranno devastanti perché per produrre prodotti che soddisfano le stesse funzionalità, la quantità di materiale, energia consumata e CO2 emessa raddoppierà o addirittura triplicherà. Cioè, sostituiremo la plastica con alternative menosostenibili e ci sarà il paradosso che l’impatto finale sull’ambiente sarà molto maggiore. Proprio l’effetto opposto che è stato cercato».

Invece di demonizzare la plastica a prescindere, ne andrebbe potenziato il suo riciclaggio e corretto smaltimento finale per la parte non riciclabile. Aziende del settore automobilistico sono già in allarme per il possibile crollo di disponibilità di bottigliette di plastica che sono riciclate per farne elementi degli abitacoli delle automobili a costi minori rispetto a quelli dei polimeri vergini. Anche le plastiche non riciclabili hanno un ultimo utilizzo come fonte energetica nei termovalorizzatori, per produrre energia termica ed elettrica senza l’utilizzo di fonti fossili primarie.

Forse, piuttosto di fare una delle tante battaglie contro i mulini a vento cui tanti esponenti della politica contemporanea si cimentano con risultati negativi, darebbe meglio guardare alla realtà dei fatti e della scienza. Fare una battaglia ideologica contro l’utilizzo della plastica a suon di tasse può causare molti più danni all’ambiente, senza contare le quasi certe ripercussioni sull’economia e sui posti di lavoro. Ne vale la pena?

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