La peste suina in Cina altera il mercato mondiale della carne con prezzi in decisa crescita

Iniziano i rincari sulle materie prime alla base dei salumi tipici italiani. L’allarme della filiera.

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Listini impazziti, con rialzi del 40% nel 2019 su scala globale, per la carne da trasformazione da animali vivi suini causa la corsa all’importazione di carni suine e bovine da parte della Cina, spinta anche da una dieta più carnivora rispetto al passato per l’aumento del reddito pro-capite e per la peste suina che ha decimato il patrimonio zootecnico del gigante asiatico.

«La Cina ha terremotato tutto il mercato globale – commenta il direttore di Assocarni, Francois Tomei – e, dopo avere soppresso migliaia di animali per la peste suina, la perturbazione non potrà essere passeggera anche perché è aumentata la domanda di altre carni, dai bovini al pollame. La carne bovina è sempre più presente nella dieta dei cinesi, e nell’ultimo mese e mezzo la carne brasiliana costa il 30% in più».

Tra i primi a parlare di rischio rialzo dei prezzi causa la peste suina cinese i produttori altoatesini di speck e il re della bresaola, la valtellinese Rigamonti. «Per l’industria di trasformazione – precisa il presidente di Assica, Nicola Levoni – il costo della materia prima rappresenta dal 50% fino al 75% in alcuni casi del costo totale di produzione. Incrementi come quelli che si stanno registrando sono diventati insostenibili per l’industria della produzione di salumi».

L’industria italiana dei salumi rappresentata da Assica vale circa 8 miliardi di fatturato e gli oltre 200 milioni di suini falcidiati dalla peste suina stanno destabilizzando il mercato. «Il comparto interessa circa 900 aziende di tipo industriale che danno occupazione a quasi 30.000 persone. Stiamo vivendo da troppo tempo una serie di problematiche senza precedenti che stanno sfinendo le imprese del settore, dalla vera e propria mancanza della materia prima – ha affermato Nicola Levoni -. Se le condizioni di mercato non miglioreranno sensibilmente nei prossimi mesi consentendo un adeguato riconoscimento del prezzo finale del prodotto, già a partire da marzo almeno il 30% delle nostre imprese si troveranno in una situazione di difficoltà economica e finanziaria».

A partire dal mese di gennaio, in tutta Europa si sono verificati forti incrementi che sono arrivati a colpire anche le carni italiane a partire da marzo. I prezzi dei suini da macello 160-176 kg, che in Italia sono fissati dalla Commissione Unica nazionale sulla base di indicazioni raccolte settimanalmente sulla filiera, sono passati dagli 1,27 euro/kg di gennaio agli 1,79 euro/kg di fine novembre per un balzo di oltre il 40%. Allo stesso modo anche i tagli di carne suina fresca hanno registrato incrementi, raggiungendo picchi preoccupanti in novembre per spalla (+40%), pancetta (+73%) e coppa (+20%). Sono risultate in crescita anche le cosce fresche per la produzione dei prosciutti crudi che hanno toccato +16%.

Intanto, secondo gli ultimi dati Istat, rallentano le esportazioni di salumi nel primo semestre 2019. Tra gennaio e giugno gli invii di prodotti della salumeria italiana si sono fermati a quota 86.544 ton (-0,8%) per un fatturato di 729,5 milioni di euro (-0,3%), un peggioramento del trend rispetto a quello del primo trimestre. Il mercato europeo evidenzia le maggiori difficoltà, mentre la domanda proveniente dai Paesi extra Ue è risultata ancora dinamica. Fra i Paesi terzi hanno continuato a giocare un ruolo fondamentale gli Stati Uniti dove, nonostante il dazio aggiuntivo del 25%, a performare meglio sono stati proprio salami e mortadelle.

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