Il corso di laurea in medicina a Trento divide il mondo universitario e sanitario

L’università di Trento prende le distanze: «la proposta lanciata dall’università di Padova non regge». Ioppi: «più di una nuova facoltà, serve una scuola di specializzazione per formare medici». 

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La proposta lanciata dalla provincia di Trento di attivare un corso di laurea in medicina per risolvere il problema della mancanza di medici sia in Trentino che in Alto Adige (e, più in generale, in tutte le località di montagna) in collaborazione con l’Università di Padova risulta indigesta al mondo sanitario e anche a quello accademico, ad iniziare dall’Università di Trento che è stata lasciata ai margini dell’iniziativa provinciale, nonostante sia finanziata direttamente dall’ente pubblico locale.

Da parte dei vertici dell’ateneo trentino si fa trapelare disappunto, soprattutto per il fatto che la politica ha decisamente preso il sopravvento rispetto al progetto proposto in collaborazione con l’Università di Verona che puntava soprattutto sul lato della specializzazione post laurea dei medici.

Poi c’è anche il fatto dell’assetto normativo della collaborazione tra diversi atenei che, nella proposta fatta da Padova (e sponsorizzata dalla giunta provinciale di Trento), sembra cozzare contro un rapporto di pari gradonon sarebbe un corso inter-ateneo, ma solo un corso di laurea in medicina gestito dall’Università di Padova, dove il ruolo di Trento sarebbe solo fare da portatore d’acqua» afferma deluso il prorettore dell’ateneo trentino, Flavio Deflorian), ma anche di tipo giuridiconon credo sussistano elementi giuridici per chiedere ad un docente dell’ateneo di Trento di insegnare per quello di Padova, tanto più che viene pagato da quello di Trento» sottolinea ancora Deflorian).

Più di un nuovo corso di laurea in medicina, l’ateneo trentino rilancia sulla necessità di una scuola di medicina, anche perché il grosso problema attuale è dato dalla strozzatura che esiste nell’accesso ai corsi di specializzazione dei medici laureati, indispensabili per accedere alla sanità pubblica. Corsi di specializzazione cui s’accede solo vincendo una delle borse distudio in palio, che al momento sono circa la metà rispetto alle domande presentate.

«Se si mettessero più risorse a favore delle borse di studio per le specializzazioni, avremmo in gran parte risolto i problemi della disponibilità di medici – sottolinea il presidente dell’Ordine dei medici del Trentino, Marco Ioppi -. Quest’anno, a fronte di circa 18.000 domande di borse di studio, ne sono state finanziate a livello nazionale poco più di un terzo. Se la provincia di Trento vuole dare un proprio contributo, più che ad una nuova facoltà di medicina dovrebbe spingere sul finanziamento delle borse di studio e su una scuola di specializzazione post laurea».

Sulla questione interviene anche il direttore del Cibio, Alessandro Quattrone, che si dichiara «stupefatto» della proposta avanzata dall’Università di Padova che inserisce il centro di ricerca biologico dell’ateneo trentino all’interno del progetto padovano senza «mai essere stato interpellato», sollevando anche dubbi sull’effettiva legittimità del progetto ed evidenziando problematicità circa l’effettiva disponibilità dei docenti trentini a collaborare al progetto patavinoQuattrone riporta l’attenzione sul vero nodo di tutta la questione: «non ha senso puntare su una facoltà di medicina, piuttosto occorre agire sulle scuole di specializzazione, visto che dopo la laurea servono ancora dai 5 ai 7 anni di specialità per diventare un medico specializzato» richiesto dal Sistema sanitario nazionale.

Qui si torna al punto sollevato anche dall’Ordine dei medici: la scuola di specializzazione, il vero ingorgo di tutta la questione. «Se la provincia di Trento decidesse di investire in quest’ambito, potrebbe vincolare l’erogazione delle borse di studio ad un impegno da parte dei medici vincitori a prendere servizio presso la sanità trentina per un determinato numero di annipropone Ioppi -. Soprattutto, con l’istituzione di una scuola di specializzazione si potrebbe valorizzare al meglio le professionalità esistenti nella sanità trentina, con gli ospedali di Trento e Rovereto che vantano delle eccellenzea livello nazionale e che potrebbero attrarre specializzandi anche da fuori provincia, a vantaggio di tutto il sistema e della capacità attrattiva della sanità trentina».

Una soluzione che avrebbe anche un ulteriore, non secondario vantaggio: la riduzione dei costi, visto che attivare da zero un nuovo corso di laurea in medicina comporta ingenti investimenti e altro non sarebbe che una delle 40 attualmente attive in Italia che sfornano ogni anno medici in abbondanza, tanto che l’Italia ne esporta un buon numero anche in altri paesi europei e non, i quali ringraziano per il ricco dono ottenuto a spese dei contribuenti italiani. Viceversa, con una scuola di specializzazione, magari focalizzata in determinati ambiti di criticità della domanda di medici e in ambiti dove la sanità trentina eccelle potrebbe trasformarsi in un volano capace di influire anche al di fuori dei confini provinciali.

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