Per professionisti, piccoli imprenditori e Pmi tasse al 64% del reddito lordo

Analisi di Unimpresa sul “total tax rate” gravante sul lavoro autonomo. Su un guadagno annuo di 50.000 euro ne rimangono in tasca netti 17.800 euro. 

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tasse clausole di salvaguardia Legge di bilancio 2019

Il “total tax rate” delle Pmi italiane e dei professionisti supera il 64% del fatturato: a questo livello di tasse si arriva sommando tutte le voci dei versamenti nelle casse pubbliche: tasse (acconti e saldi), contributi previdenziali, pagamenti vari (tra cui i versamenti alle Camere di commercio e altri oneri obbligatori).

Per un’impresa o una semplice partita Iva che fattura 50.000 euro l’anno vuol dire che il prelievo fiscale complessivo è di circa 33.200 euro, a fronte dei quali il guadagno netto per chi rischia in proprio senza alcun paracadute sociale è di appena 17.800. Un guadagno degno di un operaio privo di alcuna preparazione e senza alcun rischio.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, calcolando 12 mesi di attività, il profitto, al netto delle tasse, è di circa 1.483 euro almese, mentre nelle casse dello Stato si versano, ogni 30 giorni, circa 2.766 euro. Decisamente troppi.

«È una situazione che vale la pena riproporre al centro dell’attenzione e al centro dell’agenda politica, a pochi giorni dall’approvazione dell’ennesima legge di bilancio che si proponeva di essere come la svolta, proprio sul fronte della riduzione della pressione fiscale, e invece non ha cambiato alcunché – sottolinea il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara -. Perché sarà pur vero che è stata evitata la stangata da oltre 20 miliardi di euro con l’aumento delle aliquote Iva (e comunque è solo un rinvio, quindi fra 12 mesi ci risiamo), ma il peso delle tasse sui contribuenti, sia famiglie sia imprese, non è cambiato affatto. Certo, ci sono micro-misure e agevolazioni di qua e di là, che tuttavia non sono in grado di modificare il quadro generale, ma riescono (forse) a garantire un po’ di consenso nei collegi elettorali».

Secondo i calcoli di Unimpresa, su 50.000 euro di fatturato, si pagano: 13.625 euro di saldo Irpef, 5.241 di acconto Irpef, 956 euro di addizionale regionale Irpef, 236 euro di addizionale comunale Irpef, 71 euro di acconto addizionale comunale Irpef, 53 euro come diritti alla Camera di commercio, 1.689 euro di Irap, 797 euro di acconto Irap, 7.191 euro di contributi previdenziali, 3.779 di acconto contributi previdenziali. Il totale dei versamenti è quindi pari a 33.248 euro, cifra che porta il “total tax ratesopra quota 64,5%.

«La zavorra delle tasse frena la corsa del prodotto interno lordo che continua a crescere con ritmi da prefisso telefonico. Il rischio è che il Paese si avviti presto attorno a una pericolosa stagnazione, ma nessuno sembra preoccuparsi di questa minaccia – dice Ferrara -. Chi fa impresa o un lavoro autonomo in Italia, oggi, ha molto coraggio: una prova di tenacia e resistenza che durano da decenni, assai difficile da decrittare. Passione per il proprio lavoro e determinazione sono i pilastri dell’imprenditoria italiana e del “Made in Italy”. Ma è una sorta di credito di cui tutti i governi si approfittano – continuando a premere sull’acceleratore del fisco – e che, adesso, però, sta andando in sofferenza. Se si ferma la piccola impresa, si ferma tutto».

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