Fondi comunitari, Italia donatore netto di “sangue” con un deficit di 7 miliardi di euro

Secondo la Corte dei conti, nel 2018 versati 17 miliardi (+27%), incassati 10,1. Permane il differenziale Nord-Sud sull’utilizzo dei fondi comunitari. 

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Quanto costa l’Europa: l’Italia è uno dei paesi comunitari donatore netto di “sanguefinanziario come conferma anche la Corte dei conti nella sua relazione annuale 2019 sull’utilizzo dei fondi comunitari. «L’analisi dei flussi finanziari intercorsi tra l’Italia e l’Unione europea nell’esercizio 2018 conferma la tradizionale posizione di contributore netto» scrivono i magistrati contabili.

In particolare, secondo la relazione contabile «nel 2018 l’Italia ha versato all’Ue a titolo di risorse proprie la somma complessiva di 17 miliardi (+23,1% rispetto all’anno precedente), mentre l’Unione ha accreditato complessivamente al nostro Paese la somma di 10,1 miliardi, con una significativa forbice tra contributi ed accrediti». A detta dei magistrati contabili «il “saldo netto negativosi accentua sensibilmente e ciò accade nonostante si registri un aumento sensibiledegli accrediti (+6,5%) rispetto al precedente esercizio, in cui l’importo delle assegnazioni era pari a 9,5 miliardi in termini assoluti».

Uno specifico capitolo i magistrati contabili lo riservano alle frodi e alle irregolarità in materia di risorse proprie, ambito nel quale «secondo i dati della Commissione europea, l’Italia si colloca in nona posizione per numero di irregolarità segnalate (in calo a 104 segnalazioni; erano 145 nel 2017) e in settima posizione per quanto attiene agli importi comunicati, con circa 9,8 milioni di euro di irregolarità totali registrate a sistema, che rappresentano lo 0,43% del totale delle risorse proprie tradizionali versate al bilancio Ue (in miglioramento rispetto al 2017, anno in cui lo stesso indice era pari allo 0,57%)».

Settore più significativo in questo ambito quello degli appalti. Male anche il capitolo dell’evasione Iva, che per l’Italia rimane ancora «molto elevato» (33,6 miliardi in valore assoluto, anche se in calo), a fronte di una media europea che si attesta all’11%.

Quanto all’utilizzo dei fondi comunitari, l’Italia accelera sulla media degli impegni, superando di poco il 54%, ma ciò accade praticamente allo scadere dei sette anni di programmazione (2014-2020), evidenziando le difficoltà degli amministratori locali nel attuare le politiche di sviluppo dei loro territori. Secondo la Corte dei Conti rimane lo scartosull’utilizzo dei fondi tra le diverse regioni, vista «la differenza, in termini di effettività della capacità di spesa, tra le regioni più sviluppate e quelle meno sviluppate, nel senso che le prime spendono meglio e più delle seconde».

Nel complesso, secondo la Relazione «l’ammontare delle procedure attivate nell’ambito dei Programmi Fesr e Fse 2014-2020 (con esclusione dei programmi di Cooperazione territoriale europea al 30 giugno 2019 è di 45,64 miliardi, pari all’83,78%delle risorse totali programmate. Con riferimento ai PON, l’ammontare delle procedure attivate al 30 giugno 2019 è di 13,53miliardi, pari al 76,14% delle risorse programmate, tutte in incremento rispetto al 2018».

Quanto alle fonti di finanziamento dell’Unione Europea, dati come questi evidenziano sempre più la necessità di cambiarele modalità di procacciamento delle risorse comunitarie, oggi parametrate al gettito dei dazi e alla compartecipazione di una quota (0,30%) dell’aliquota Iva per passare ad una tassazione propria applicata sulle holding e sulle multinazionali, tale da evitare anche i fenomeni sempre più odiosi di concorrenza fiscale tra i vari stati comunitari a vantaggio di quelli che applicano le condizioni migliori (spesso di favore), cosa che finisce per penalizzare i paesi dove effettivamente si svolgono le operazioni manifatturiere e commerciali.

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