Dai debiti della pubblica amministrazione maximulta Ue da 2 miliardi?

La Cgia avanza un grave dubbio che darebbe una formidabile “botta” ai già traballanti conti 2020 dello Stato rendendo indispensabile una manovra primaverile di aggiustamento del bilancio pubblico. 

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Sui già ampiamente disastrati conti dello Stato italiano volteggia una pesante incognita: «dopo la sentenza di condanna emessa il 28 gennaio scorso dalla Corte di giustizia europea nei confronti dell’Italia per i ritardi nel pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, saremo chiamati a pagare una maximulta da 2 miliardi di euro?»

A porsi la domanda è il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo, che, stando a quanto hanno dichiarato nei giorni scorsi alcuni autorevoli esperti, i sistematici ritardi nei pagamenti compiuti dalla pubblica amministrazione italiana ad ogni livello potrebbero far scattare una maximulta come quella ricevuta per le quote latte che, fino ad ora, è costata al Paese (e ai suoi contribuenti) circa 2 miliardi di euro. Uno scenario che potrebbe essere evitato se lo Stato italiano mettesse fine in tempi rapidissimi a questa cattiva abitudine. Ipotesi, viste le performance realizzate nel 2019, oggettivamente di difficile attuazione.

Anche nel 2019, i ritardi nei pagamenti dello Stato e delle sue articolazioni a livello locale sono stati molto diffusi. Se la Direttiva 2011/7/UE impone, nelle transazioni commerciali tra pubblica amministrazione e imprese private, termini di pagamento non superiori a 30 o 60 giorni (in quest’ultimo caso solo per il settore sanitario), l’anno scorso, ad esempio, il comune di Napoli ha liquidato i propri fornitori con 395 giorni medi di ritardo; l’Asl Napoli 1 Centro con 169; il comune di Reggio Calabria con 146, la regione Basilicata con 83, l’ASL Roma 1 con 72 e il comune di Roma Capitale con 63.

Secondo i dati riportati nella “Relazione annuale 2018”, presentata il 31 maggio 2019 dalla Banca d’Italia, l’ammontare complessivo dei debiti commerciali della pubblica amministrazione sarebbe pari a circa 53 miliardi di euro, metà dei quali ascrivibili ai ritardi di pagamento. L’utilizzo del condizionale è d’obbligo, visto che il periodico monitoraggio condotto dai ricercatori di via Nazionale si basa su indagini campionarie condotte sulle imprese e dalle segnalazioni di vigilanza da cui emergono dei risultati che, secondo gli stessi estensori delle stime, sono caratterizzati da un elevato grado di incertezza.

Con la sentenza n. 4 del 28 gennaio scorso, la Corte Costituzionale ha stabilito che le anticipazioni di liquidità ottenute dagli enti locali per onorare le passività pregresse sono prestiti di carattere eccezionale che devono essere utilizzati per la finalità per cui sono stati erogati e non per migliorare i risultati di bilancio. La sentenza, quindi, chiude definitivamente una controversia sollevata dalla Corte dei Conti nei confronti del comune di Napoli. Nel recente passato, infatti, non sono stati pochi i sindaci e anche i governatori che hanno utilizzato i prestiti statali sblocca-debiti erogati dal 2013 per assestare i bilanci di comuni/regioni, anziché per liquidare le vecchie fatture dei propri fornitori. Una condotta che la Corte Costituzionale ha finalmente chiarito che non può più essere praticata.

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