Il governo BisConte ammazza il polo industriale di Ravenna

Con il voto di fiducia al decreto “Milleproroghe” si prolunga il divieto a nuove prospezioni petrolifere nel territorio nazionale. Bloccati anche i giacimenti in Adriatico con Grecia, Croazia e Albania che ringraziano sentitamente. A rischio quasi 8.000 posti di lavoro nel Ravennate. 

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Più che creare nuovi posti di lavoro, il governo BisConte ammazza quelli esistenti forse sull’onda dell’euforia del “successo” del fallimentare reddito di cittadinanza, ad iniziare dal polo industriale di Ravenna. Con l’approvazione con la fiducia del decretoMilleproroghe”, arrivalo stop alle attività di prospezione ed estrazione di risorse petrolifere e metanifere all’interno dei confini terrestri e marini italiani, con il risultato di mettere a rischio l’attività e l’occupazione del polo industriale di Ravenna che dà lavoro a circa 8.000 persone.

Nell’ambito dello slancio grillino e progressista di disincentivare l’uso di fonti energetiche fossili, l’Italia rinuncia di fatto ad utilizzare quelle risorse presenti nel proprio territorio, con il duplice risultato di rafforzare la dipendenza energetica del Paese dall’estero e di regalare di fatto parte delle risorse di propria spettanza ai paesi confinanti che ringraziano sentitamente del prezioso ed inaspettato dono.

Con la fiducia appena votata, si prolungano di altri sei mesi (portando il totale a 30) il blocco dell’attività di “prospezione e ricerca di idrocarburi” da parte delle piattaforme marine (offshore) entro le 12 miglia dalla costa Al centro della sospensione delle attività petrolifere nazionali c’è il grande bacino metanifero scoperto il fondale del mare Adriatico: mentre l’Italia vota l’ennesima sospensione, viceversa Grecia, Croazia e Albania (in misura minore il Montenegrorafforzano e accelerano l’attività di prospezione e sfruttamento del giacimento. Un giacimento, quello sotto il fondale del mare Adriatico, che ovviamente non ha un confine fisico tale da blindare la parte di spettanza nazionale alla moratoria voluta dalla maggioranza grillo-dem.

Le trivelle slave che si posizioneranno vicine alla linea di confine preleveranno tutto il prelevabile, compreso anche quello che spetterebbe a buon diritto all’Italia, la quale, in attesa di un ancora futuribile avvento di un Paese tutto funzionante a suon di energie rinnovabili, dovrà continuare ad importare preziosa energia dall’estero, magari pure da quella Grecia, Croazia, Albania e Montenegro che si trovano tra le mani una risorsa inaspettata, probabilmente di gran lunga maggiore alle proprie necessità interne. Un export di energia che contribuirà ad arricchire i paesi produttori a danno di quelli importatori che preferiscono rinunciare a sfruttare direttamente una propria ricchezza.

La maggioranza del governo BisConte dovrebbe poi spiegare ai cittadini come intende risollevare un’economia nazionale avviata a grandi passi verso l’ennesima recessione, visto che dovrebbe essere suo interesse sfruttare al massimo ogni risorsa utile a risollevarne i corsi.

Il polo industriale di Ravenna, fulcro delle attività estrattive italianeè in allarme rosso. Per il sindaco di Ravenna (e della relativa provincia) Michele De Pascale, provvedimenti come quello appena votato «significa distruggere completamente il comparto offshore italiano e impedire qualsiasi investimento a livello nazionale da parte di aziende del settore, che saranno costrette a rivolgersi a Paesi stranieri». Un giudizio rafforzato dal presidente di Confindustria Romagna, Paolo Maggioli, secondo cui «questa lenta agonia sta svuotando il nostro distretto di eccellenze mondiali».

Qualcuno dovrebbe spiegare a Conte, Di Maio & Soci che nel solo Ravennate il comparto delle imprese attive nelle prospezioni impiega direttamente 3.000 lavoratori, che diventano 8.000 con l’indotto, con tantissime realtà coinvolte, dalle multinazionali tipo Eni (che ha già da tempo sospeso gli investimenti miliardari previsti per lo sfruttamento dei giacimenti) alle decine di piccole medie imprese altamente specializzate.

La decisione della maggioranza del governo BisConte ha fatto infuriare pure i sindacati schierati al fianco di Confindustria, che parlano di «ennesima farsa» e di «harakiri scellerato».

Strano l’atteggiamento del presidente della regione Emilia Romagna, quel Stefano Bonaccini che durante la campagna elettorale vittoriosa appena conclusa inneggiava all’ambiente flirtando con “gretini” e sardine, mentre ora che ballano i posti di lavoro di quelli che probabilmente l’hanno votato ha cambiato idea: «la “green economy” e la transizione non si fanno per decreto, e così non si dà alcuna risposta né sotto il profilo della tutela ambientale né per quanto riguarda gli aspetti economici e occupazionali».

Se il motivo della rinuncia a sfruttare il giacimento adriatico sta nella tutela dell’ambiente, ci pensa Silvio Bartoletti, amministratore delegato di Micoperi, a smentire la vulgata grillo-dem: «bloccare le estrazioni di gas dal sottosuolo è una follia, un suicidio collettivo. Il metano è l’energia più pulita e sostenibile che abbiamo, la nostra terra ne è ricca e ci servirà per decenni ancora, prima di arrivare a un mondo gestito solo con le rinnovabili. Questo Paese vuole lasciare le sue risorse naturali sotto il mare per comprarle dall’estero, pagandole il doppio, inquinando il doppio e distruggendo migliaia di posti di lavoro in patria: qual è la ratio?» Difficile dargli torto.

Sempre in tema di sostenibilità, il Ravennate è da oltre 50 anni l’esempio di come le 35 piattaforme a mare possanoconvivere con turismo, cultura e natura, senza disastri ambientali. A Ravenna Eni ha 637 dipendenti diretti e 2 miliardi di investimenti in programma entro il 2020, che diventeranno lettera morta a seguito della votazione del “blocca-trivelle” avvenuto in Parlamento.

Deluso dal comportamento della maggioranza di sinistra del governo BisConte anche Stefano Silvestroni, presidente del gruppo Rosetti Marino e della sezione Cantieristica di Confindustria Romagna: «al di là dei 18 mesi o dei 3 anni di sospensione dei permessi e dell’incremento dei canoni, ciò che preoccupa è che questa situazione politica instabile e traccheggiante sta distruggendo l’affidabilità del Paese e la fiducia degli investitori. Si può scegliere di essere “no-global”, ma se non estraiamo noi il metano che ci serve con gli standard ambientali più alti al mondo, lo faranno a modo loro russi, americani, cinesi, con standard ambientali decisamente più bassi, e noi lo compreremo da costoro. Già oggi dipendiamo per il 90% da gas estero».

Eppure, grazie alle nuove metodiche d’indagine, l’Italia potrebbe avere un bel tesoretto di risorse energetiche nascostenel sottosuolo terrestre e marino. Secondo un’analisi di Confindustria energia, nei prossimi 12 anni si potrebbero mobilitare investimenti per 10,9 miliardi di euro, che potrebbero comportare una ricaduta complessiva su tutta la filieraper 305 miliardi di euro riferiti all’intero ciclo di vita degli investimenti. Soldi e posti di lavoro che Conte, Di Maio & Socibuttano nel cesso a cuor leggero sull’altare di un’ideologia che dovrebbe essere messa al rogo. Davvero degli statisti di palta.

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