A Verona torna “L’Italiana in Algeri” di Rossini

L’opera al teatro Filarmonico all’interno della programmazione della Stagione lirica 2020 della Fondazione Arena.

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l'italiana in algeri

Domenica 23 febbraio (ore 15.30: repliche martedì 25 febbraio, ore 19.00; giovedì 27 febbraio, ore 20.00; domenica 1 marzo, ore 15.30), a distanza di 6 anni dall’ultima rappresentazione, torna sul palcoscenico del Teatro Filarmonico “L’Italiana in Algeri” di Gioachino Rossini, secondo titolo operistico della Stagione 2020 di Fondazione Arena.

L’allestimento della Fondazione Teatro Verdi di Pisa in coproduzione con la Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste ha la regia di Stefano Vizioli, le scene e i costumi del pop artist Ugo Nespolo, i movimenti mimici di Pierluigi Vanelli e le luci di Paolo Mazzon. Sul podio torna il direttore veneziano Francesco Ommassini, già più volte alla guida dei complessi artistici areniani nel repertorio sinfonico e operistico.

Rossini compone “L’Italiana in Algeri” nel 1813 in meno di tre settimane su commissione di Giovanni Gallo, impresario del Teatro San Benedetto di Venezia. Dati i tempi stretti sceglie come libretto quello già esistente scritto da Angelo Anelli per l’opera del napoletano Luigi Mosca e andata in scena alla Scala nel 1808: il testo attinge a quel filone di soggetti turcheschi che si basava su numerose costanti narrative, espressione di un gusto per le “turqueries vivo” in Europa nei balletti di corte, nelle arti figurative e nella musica già nel Settecento, oltre che probabilmente su un fatto di cronaca del 1805. Rossini chiede quindi qualche revisione del libretto per meglio farlo aderire alla sua idea musicale e al suo concetto di “comicità”: se nei pezzi d’assieme si arriva a momenti di «follia organizzata e completa», come dirà un ammiratore d’eccezione come Stendhal a proposito del grande concertato finale del primo atto, nei pezzi solistici il compositore guarda anche al registro serio e sentimentale per bilanciare il lato comico-farsesco dell’opera e dare maggiore autenticità ai personaggi principali.

La vicenda racconta del Bey Mustafà che, stanco della moglie Elvira, decide di ripudiarla per darla in sposa a Lindoro, il suo schiavo italiano; nel contempo ordina al capitano dei corsari, Haly, di trovargli una donna italiana per il suo harem. Proprio in quel momento fa naufragio nei pressi di Algeri una nave veneziana che reca a bordo la bellissima italiana Isabella, partita alla ricerca dell’amato Lindoro. L’opera si snoda quindi tra le astuzie e le arti seduttive che la donna metterà in atto per sfuggire alle grinfie del Bey e fare ritorno in patria con Lindoro e gli schiavi italiani.

La prima ha luogo il 22 maggio 1813 e viene accolta con grande entusiasmo, tanto che andrà in scena al Teatro San Benedetto di Venezia per oltre un mese per poi riscuotere unanime successo in tutta Italia. Da quel debutto, l’opera non è più uscita dal repertorio ed è oggi uno dei titoli rossiniani più rappresentati al mondo.

L’opera del compositore di Pesaro è stata messa in scena al Filarmonico per la prima volta nel 1816 e successivamente solo nel 1988, nel 1998, e infine nel 2014.

Stefano Vizioli, regista con oltre trent’anni di consolidata carriera, intende semplificare e mettere a nudo quel meccanismo di follia «che fa de “LItaliana in Algeri” uno dei capolavori assoluti dell’opera comica (non solo) rossiniana. Tagliare più che aggiungere, arrivare al cuore delle situazioni. Perché nella perfetta struttura architettonica di quest’opera si chiude tutto un capitolo storico e culturale che Rossini riassume prima di avviarsi a nuove forme di partecipazione intellettiva. “L’Italiana in Algeri” è il trionfo dell’ambiguità: sul palcoscenico non ci sono più maschere stereotipate, e non ci sono ancora psicologie ben definite. Ma la scena è catalizzata dai personaggi, dai caratteri, dai colori dell’anima. E intorno a loro una grande ariosità per permettere alla musica di “volare”: bastano pochi elementi di scena, che alludano alle diverse situazioni. Allusione e fantasia, dunque: quasi a suggerire allo spettatore il coinvolgimento di una partecipazione attiva che richiede di interpretare lo spettacolo nelle diverse valenze di una sottile ambiguità».

La regia dello spettacolo, ricca di cromie e fantasia, si sposa quindi alla perfezione con il lavoro di Ugo Nespolo, che cura scene e costumi di una produzione dal gusto provocatorio, ma anche dolcemente infantile, impreziosita dalle luci dell’areniano Paolo Mazzon. Ne scaturisce uno spettacolo frizzante e dinamico che, come ha dichiarato lo stesso regista, si propone di «divertire perché la semplicità e l’allegria sono per un regista le cose più difficili da realizzare in palcoscenico, e il controllo del gioco scenico dei numerosi pezzi d’insieme richiede una sorta di “pazzia lucida”: lavorare con il Rossini comico, nelle sue polifonie gestuali e testuali, è come entrare nei meccanismi di un raffinatissimo orologio svizzero, dove infinitesimali particelle servono alla funzionalità del tutto, e se una sola non funziona l’intero meccanismo va a rotoli».

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