Coldiretti lancia l’allarme latte non ritirato presso i 30.000 allevamenti

A rischio spreco migliaia di litri di latte non consumato da mense e ristoranti. Pan: «indispensabile garantire la filiera del latte con inventivi ai caseifici». Prandini: «indispensabile superare le quote di produzione del Grana per assorbire il latte in eccesso».

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latte non ritirato formaggi

Tra i tanti effetti indotti dall’emergenza Coronavirus che ha comportato la chiusura della quasi totalità della ristorazione collettiva (ristornati, mense, bar) c’è anche il surplus di latte non ritirato prodotto dai 30.000 allevamenti italiani, gran parte dei quali al Nord Italia, che ogni anno producono 12 milioni di “oro bianco”, che in carenza di altri sbocchi rischia di essere sprecato, con danni ambientali oltre che economici.

Sulla vicenda Coldiretti segnala l’insorgere di fenomeni speculativi: «da alcuni caseifici sono arrivate ai produttori di latte richieste insostenibili di riduzione di prezzo – denuncia il presidente dell’organizzazione agricola, Ettore Prandini -. E questo mentre nei negozi la gente svuota gli scaffali degli alimentari. Si tratta di fenomeni speculativi intollerabili».

Il ministro all’Agricoltura, Teresa Bellanova, si è detta disponibile ad investire 6 milioni di euro per il ritiro delle eccedenze di almeno 180.000 quintali latte sotto forma di latte Uht da distribuire agli indigenti, che al momento rappresentano circa il 25% della produzione, ma servono soluzioni di maggiore portata per evitare di squassare il settore lattiero. Una di queste potrebbe essere la maggiore produzione di latte a lunga conservazione e di formaggi, oppure la disdetta dei contratti di acquisto di latte estero per sostenere quello nazionale, che ha costi di produzione più elevati, da quelli per la manodopera, alle tasse, ai controlli più frequenti e approfonditi.

Una soluzione praticabile sarebbe far aumentare i ritiri di latte da parte delle Dop italiane, ad iniziare da quelle del Grana, derogando alle quote di produzione imposte dai vari disciplinari.

In questa situazione interviene l’assessore all’agricoltura della regione Veneto, Giuseppe Pan, secondo cui «in questa situazione è fondamentale garantire la filiera alimentare, in particolare quella dei “freschi”, a cominciare dal latte. Le mucche e le stalle non conoscono ordinanze, il latte va munto quotidianamente, anche se la domanda, a causa della chiusura di pubblici esercizi, hotel e ristoranti, è in netta flessione. Serve riorientare urgentemente la catena distributiva e incentivarel’industria di trasformazione, caseifici e grande distribuzione, perché acquistino e lavorino latte italiano, a km zero».

«La Regione Veneto si fa interprete delle richieste e delle proposte di un settore che per volumi di produzione è terzo in Italia e che già destina l’85% della produzione alla trasformazione casearia – sottolinea Pan -. Al Governo non chiediamo ammortizzatori o misure di sostegno passivo, ma facilitazioni e incentivi perché caseifici e industrie di trasformazione lattiero-casearia privilegino l’acquisto dai produttori di latte dei loro territori, evitando di fare ricorso ad importazioni estere. Così si salva la filiera alimentare del “Made in Italy”, dalla produzione alla distribuzione, e si valorizza la qualità del nostro latte fresco, prodotto secondo regole di massima igiene e controllo alimentare, pronti a ripartire non appena sarà superato questo momento così grave e difficile».

L’assessore veneto, così come i suoi colleghi di altre regioni, rivolge anche un appello agli operatori della grande distribuzione organizzata, di valorizzare i prodotti alimentari dei rispettivi territori: «mettete sugli scaffali i prodotti “Made in Veneto”, in particolare i “freschi” – è l’invito di Pan alla GDO – In questo momento le vostre politiche di acquisto e di vendita sono strategiche per tutelare la sopravvivenza della filiera produttiva locale e rispondere al meglio agli interessi dei consumatori di qualità, sicurezza e convenienza».

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