Provocazione della Cgia: il Coronavirus fa calare l’evasione fiscale

Il blocco delle attività per circa tre mesi, “taglia” di un terzo quei 110 miliardi di euro che sfuggono alle grinfie del famelico fisco italiano, dove la pressione media sulle imprese sfiora il 60%.

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evasione fiscale

Ficcante provocazione dell’Associazione artigiani di Mestre nei confronti del fisco: secondo la Cgia, la chiusura obbligatoria causa Coronavirus per circa tre mesi della quasi totalità delle attività economiche avrebbe fatto calare l’evasione fiscale presente in Italia di circa un terzo dei 110 miliardi di euro annui. Di fatto, il “vantaggioassicurato al Fisco sarebbe di 27,5 miliardi di euro.

La provocazione sollevata dall’Ufficio studi della Cgia parte da una considerazione molto diffusa tra l’opinione pubblica: che il popolo degli evasori presente in Italia sia costituito quasi esclusivamente dai lavoratori autonomi.

Secondo le stime del ministero dell’Economia e delle Finanze, in Italia ci sarebbero circa 110 miliardi di evasione fiscale all’anno. Molti osservatori ritengono che questo mancato gettito sia riconducibile in massima parte ad attività caratterizzate da un rapporto commerciale diretto con il cliente finale, come nel caso di molti edili, dipintori, idraulici, elettricisti, orafi, parrucchieri, estetisti, baristi, ristoratori, piccoli commercianti, etc. Basandosi su queste considerazioni e sul fatto che questi 3 mesi di chiusura hanno interessato proprio tali attività, la Cgia afferma con buona approssimazione che l’evasione fiscale sia diminuita del 25%: ovvero di 27,5 miliardi di euro, facendo scendere a 82,5 miliardi l’ammontare complessivo del mancato gettito. Un risultato che, ovviamente, non ha alcun rigore scientifico, ma serve a lanciare una provocazione e, allo stesso tempo, contestare una tesi che, purtroppo, sta ingiustamente etichettando la categoria del lavoro autonomo. 

«Additati da sempre come gli “affamatori del popolo”, non è da escludere che nei prossimi mesi, quando questa depressione economica sfocerà in una probabile crisi sociale, gli autonomi saranno chiamati a pagare il conto – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo -. In attesa che arrivino i soldi del “Recovery fund”, quasi sicuramente inizierà una campagna contro gli evasori fiscali, con l’obiettivo di colpire, in modo particolare, gli artigiani, i commercianti e le partite Iva in genere. Le prime avvisaglie ci sono già, visto che autorevoli opinionisti hanno cominciato a invocare la democrazia della ricevuta. Sia chiaro, l’evasione/elusione va contrastata ovunque essa si annidi, sia tra chi non emette lo scontrino, sia fra coloro che, grazie ad operazioni societarie eticamente molto discutibili, hanno spostato la sede legale nei paesi a fiscalità di vantaggio. Tuttavia, non si deve generalizzare e tanto meno colpire nel mucchio, anche perché gli strumenti per combattere chi non versa le imposte ci sono e da molto tempo». Salvo che non vengono utilizzate appieno, causa una politica che non spingeadeguatamente e di una burocrazia non sufficientemente preparata.

Perché in Italia l’evasione fiscale stimata è così alta? Gran parte lo si deve all’elevatissima pressione fiscale vigente sulle aziende e sui redditi delle persone fisiche. «se il nostro fisco fosse meno esigente, lo sforzo richiesto sarebbe più contenuto e probabilmente ne trarrebbe beneficio anche l’Erario – dice il segretario della Cgia, Renato Mason -. Con una pressione fiscale più contenuta, molti di quelli che oggi sono evasori marginali diventerebbero dei contribuenti onesti. Ricordo che la giustizia civile italiana è lentissima, la burocrazia ha raggiunto livelli ormai inaccettabili e la pubblica amministrazione rimane la peggiore pagatrice d’Europa. Nonostante queste inefficienze, la richiesta del fisco italiano si colloca su livelli elevatissimi e, per tali ragioni, appare del tutto ingiustificata».

In Italia la pressione fiscale sulle imprese è al 59,1%. In UE solo i francesi sono più tartassati (di poco) degli imprenditori italiani. Secondo gli ultimi dati della Banca Mondiale (Doing Business), solo la Francia (60,7) presenta un carico fiscale sulle imprese (in percentuale sui profitti commerciali) superiore al dato Italia (59,1). Se la media dell’Area Euro è pari al 42,8% (16,3 punti in meno che in Italia), la Germania registra il 48,8% e la Spagna il 47%. Per ciascun paese esaminato, questa elaborazione fa riferimento ad una media impresa (società a responsabilità limitata) con circa 60 addetti e alle imposte pagate nell’anno 2018, al secondo anno di vita dell’impresa (ovvero nata nel 2017). L’incidenza del totale delle imposte sui profitti commerciali registrata dall’Italia nel 2018 (59,1%) è abbastanza in linea con il dato del 2015 (62%). Nei due anni intermedi (biennio 2016 e 2017) si è registrata un’incidenza sensibilmente inferiore (rispettivamente del 48% e del 53,1%), riconducibile all’effetto dell’introduzione di alcune misure temporanee che hanno alleggerito il costo del lavoro, in particolar modo dei neoassunti con un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

In questo contesto, si capisce la fuga delle imprese che possono spostare la loro sede legale nei paesi a fiscalità agevolata, dove si riesce ad avere un consistente sconto sugli utili finali, come nel caso dell’Olanda, Lussemburgo e pure del Regno Unito.

Di qui il rilancio della Lega che ha presentato un progetto di legge per diffondere la “Flat Tax” al 15% per tutte le aziende con sede fiscale in Italia, oltre che ai singoli e alle famiglie, prevedendo il suo allargamento a 100.000 euro (dagli attuali 65.000) per le Partite Iva, accompagnata da una sostanziale semplificazione di detrazioni e deduzioni. Un provvedimento dal costo di 13 miliardi di euro che avrebbe il vantaggio, secondo la Lega, di stimolare in modo strutturale la crescita economica e di ridurre le possibilità (e la convenienza) dell’evasione. E la metà del costo di questo provvedimento potrebbe essere recuperato dall’abrogazione del fallimentare reddito di cittadinanza, che con quasi 8 miliardi di costo ha creato un lavoro più o meno stabile a meno di 40.000 persone.

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