L’Unrae sconfessa il governo BisConte sulle politiche di rilancio dell’automotive

Troppe le “manine” della maggioranza che in sede di conversione del decreto “Rilancio” stanno affossando un settore strategico per l’economia e l’occupazione nazionale solo per seguire feticci ideologici, per di più infondati.

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A livello italiano, europeo e mondiale il settore dell’automotive (inteso come produzione di autoveicoli e della relativa componentistica) è tra quelli più in sofferenza per il blocco quasi generalizzato delle vendite che, nella sola Italia, ha accumulato nei piazzali di distributori e concessionari un invenduto di quasi 700.000 pezzi, cosa che complica non poco il rilancio del settore. 

Invece di agevolare un settore ad altissima intensità di manodopera, uno dei volani dello sviluppo tecnologico e della ricerca, oltre che una delle principali fonti di gettito tributario, il governo BisConte e la sua sgangherata maggioranza delle quattro sinistre che fa? Prosegue dritto verso il baratro, negando l’evidenza e tenendo come orientamento la stella polare della demagogia e dei feticci ideologici che permeano gran parte della sua maggioranza che vedono nell’automobile e nella mobilità privata solo un male da sconfiggere a priori.

Un atteggiamento che desta ovviamente preoccupazione tra gli operatori del settore, visto che il perseverare a continuare ad incentivare esclusivamente l’acquisto di veicoli elettrici ricaricabili, con un atteggiamento ideologico e sordo a qualunque argomento pragmatico finisce con il danneggiare, oltre all’economia nazionale, pure quella fascia sociale che le formazioni politiche vorrebbero premiare con la loro azione. 

Secondo l’Unrae (associazione delle case automobilistiche estere operative in Italia) «una crisi di mercato come quella in corso ormai da mesi, con conseguenze devastanti sulla nostra economia, non può essere arginata con le misure in essere, che a più di un anno dalla loro entrata in vigore escludono ancora il 98% del mercato. Chi ha veramente a cuore l’ambiente, e non solo una sterile ideologia, avrebbe il dovere di agevolare concretamente la sostituzione di veicoli vetusti con veicoli di ultima generazione». 

Non solo: «chi ha veramente a cuore il Paese ed il lavoro, e non i provvedimenti di bandiera – prosegue la nota dell’Unrae -, dovrebbe avviare una seria strategia di sviluppo, a tutela di un settore che rappresenta 1/10 del PIL e delle entrate fiscali dello Stato: un settore che oggi rischia di scomparire, e per il quale non sono state trovate ancora risorse adeguate». 

Per uscire da una situazione che non giova a nessuno, l’Unrae, già da mesi, ha presentato alle istituzioni proposte per il rilancio della domanda. Per il trasporto persone: l’allargamento dell’ecobonus per raggiungere una più ampia platea di cittadini, l’allineamento alla fiscalità europea dell’auto aziendale, il sostegno allo smaltimento dei veicoli invenduti durante il periodo di blocco delle attività. Per il trasporto merci: gli incentivi alla rottamazione e l’incremento delle detrazioni per le imprese. 

«Ebbene, dopo settimane di “rimpalli” fra tutti i soggetti istituzionali coinvolti, e nonostante l’impegno costruttivo di diverse componenti della maggioranza, non ci sono ancora provvedimenti concreti e si continua a paventare la mancanza di fondi per l’automotive, a fronte di 55 miliardi allocati in modo orizzontale e, a nostro giudizio, poco efficace. Nelle ultime ore, addirittura – sottolinea l’Unrae -, è stata paventata ancora la volontà – di parte della maggioranza – di limitare gli incentivi ai soli veicoli con un prezzo di listino inferiore a 18.000 euro, e di escluderne tutti gli Euro 6 di ultima generazione a prescindere dal loro livello di emissioni. Una misura del genere andrebbe a favorire pochissimi marchi fra le decine presenti nel segmento, creando una grave distorsione del mercato senza riuscire a rilanciarlo, con effetti nefasti sulla clientela (minore scelta e minori sconti), sulle emissioni medie (ricambio rallentato del parco circolante) e sul gettito dell’Erario (minore IVA incassata dallo Stato)». 

Insomma, un serio danno simultaneo all’economia, all’ambiente e alle finanze pubbliche di cui il governo BisConte e la sua sgarruppata maggioranza delle quattro sinistre centrebbe in un sol colpo, cosa che pure lancerebbe non poche ombre sulle reali motivazioni delle politiche ecologiche in discussione. 

A beneficio di chi, abbracciando tale proposta, sostiene di ispirarsi al modello di incentivi proposto dal Governo tedesco per il rilancio del settore nel dopo Coronavirus, l’Unrae «avanza una serie di doverose precisazioni basate su informazioni oggettive ed esaustive. A differenza dell’Italia, la Germania ha già avviato da tempo e con incisività il percorso della transizione energetica, iniziando doverosamente dalle infrastrutture grazie a sostanziosi investimenti pubblici. Non stupisce, quindi, che la quota di mercato dei veicoli elettrici e ibridi plug-in (incentivati in entrambi i paesi) sia tripla rispetto all’Italia...» 

Ma le differenze nel settore non finiscono certo qui: 

  • le infrastrutture di ricarica: la densità di punti di ricarica pubblica ogni 100 km di rete viaria, in Germania è 3.5 volte superiore a quella italiana; 
  • il parco circolante: quello italiano, tra i più anziani in Europa, già prima del Covid-19 aveva un’età del 20% più alta rispetto a quello tedesco, e soffriva un ciclo di rinnovo del 43% più lungo; 
  • il mercato: in Italia durante il blocco di marzo-aprile il mercato è crollato quasi del doppio rispetto a quello tedesco; 
  • l’aliquota IVA ordinaria: in Italia è al 22% anziché al 16% come previsto dalle recenti normative tedesche per i prossimi 6 mesi; 
  • il trattamento fiscale dell’auto aziendale: in Germania l’IVA è da sempre detraibile al 100%, mentre in Italia solo al 40%, con una deroga perennemente rinnovata rispetto alla normativa europea e pure i valori di ammortamento sono senza gli assurdi limiti vigenti in Italia. 

«Ecco, se ci si ispira a singoli provvedimenti di un paese così “lontano” dal nostro, senza tenere in debito conto le enormi differenze esistenti pure nello stesso settore, allora si fa solamente propaganda. Sarebbe invece ora di affrontare i problemi seriamente. Restiamo in fiduciosa attesa di un concreto cambio di marcia: non c’è più spazio per le politiche di assistenzialismo, è ora di mettere in atto un concreto piano per lo stimolo della domanda, cominciando dai settori strategici ed in grado di rimettere realmente in moto la nostra economia». 

Difficile dare torto all’Unrae, anche se il problema di base dell’attuale crisi del settore automotive è da far risalire alla stessa Unione Europea con la sua decisione – unica a livello mondiale – di voler assurgere a prima della classe tagliando drasticamente il livello delle emissioni inquinanti a livello continentale, imponendo per il settore dei trasporti dei limiti eccessivamente draconiani che rischiano solo di essere controproducenti per l’economia e per l’occupazione, senza apportare alcun vantaggio alla riduzione dell’impatto ambientale. 

Piuttosto di scimmiottare inutili demagogie ambientaliste, come spesso la politica ha fatto, sarebbe meglio un bagno di umiltà e tornare sui propri passi, abbandonando la marcia a tappe forzate verso l’elettrificazione di massa della mobilità – cosa che sposta solo l’inquinamento dall’auto alla centrale elettrica che in Europa vede ancora un larghissimo uso delle fonti fossili, con il carbone protagonista assoluto – per tornare a valorizzare una tecnologia a torto bollata come inquinatrice dell’ambiente come il Diesel, che oggi, con le omologazioni Euro 6, è in grado di assicurare un livello di emissioni globale estremamente contenuto e pure nullo se il gasolio è prodotto da fonti rinnovabili come le biomasse di scarto o in forma sintetica dall’unione di idrogeno prodotto da fonti rinnovabili e anidride carbonica.

Ci sarebbero vantaggi pure di ordine geostrategico, senza dovere passare da una tecnologica europea e da una pluralità di fonti energetiche ad una dipendenza di fatto dal monopolio cinese in fatto di terre rare indispensabili per la produzione di batterie e parti dei motori elettrici. Ma questo, forse, è toppo complicato per essere spiegato ad esponenti politici che credono nella terra piatta e nelle scie chimiche.

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