La decontribuzione del 30% per le imprese del Sud scatena la concorrenza sleale per tutte le altre

Riello: «non è così che si rilancia la manifattura italiana e la crescita del Pil nazionale». E per le imprese dell’energia si prospetta un altro boomerang: il “Pitesai”.

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Giordano Riello, già presidente Giovani Confindustria.

La proposta di inserire nel prossimo decretoAgosto”, annunciato come al solito con rulli di tamburi in una conferenza stampa notturna dal governo BisConte, salvo non avere ancora pubblicato alcun testo definitivo sulla Gazzetta ufficiale, di prevedere la decontribuzione del 30% degli oneri sociali a carico delle imprese attive nell’area dell’ex Cassa del Mezzogiorno valevole per i prossimi 5 anni per tutti i lavoratori (con una successiva progressiva riduzione fino ad annullarsi per gli ulteriori cinque anni), sta scatenando la reazione degli imprenditori che operano nelle regioni confinanti con quelle beneficiate.

Il perché è presto detto e basta prendere a prestito la reazione di Confindustria Marche che lamenta come nel confinante Abruzzo il costo del lavoro sarà strutturalmente più conveniente rispetto a quelle che operano solo al di là del confine amministrativo regionale. E lo stesso vale per le imprese del Lazio meridionale ai confini con la Campania.

Ora, è molto probabile che il governo BisConte, quello che nella storia repubblicana ha una maggioranza più meridionale di tutti, oltre che una compagine di governo drammaticamente spostata sotto la linea gotica, con tale provvedimento intenda in qualche modo indennizzare le regioni meridionali dalla perdita economica causata dalla chiusura obbligatoria ma sanitariamente non necessaria deliberata dallo stesso governo, in un gesto tardivo di lavaggio di coscienza e nella prospettiva di guadagnare qualche consenso elettorale per l’imminente tornata delle amministrative, dove vanno al voto due regioni strategiche come la Puglia e la Campania, entrambe con una maggioranza di governo uscente di sinistra, con la prima già data nel carniere del centro destra e con la seconda che traballa sempre di più.

Ma il problema è che con un tale modo di agire, il governo BisConte rischia di fare più danni di quelli che vorrebbe sanare. Stabilire per ben 5 anni la decontribuzione del 30% per tutta la forza lavoro presente in azienda solo sulla base di una ripartizione geografica significa attuare a tavolino una concorrenza sleale tra imprese e, soprattutto, tra le regioni che maggiormente hanno subito i danni dalla pandemia da Coronavirus che, guarda caso, costituiscono anche il “motore” dell’economia e dell’export italiano, quel “motore” costituito da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna che ogni anno genera miliardi di residuo fiscale drenato dal governo centrale e redistribuito clientelarmente soprattutto alle regioni del Sud Italia.

Sia chiaro, qui non si vuole negare la solidarietà nazionale tra le regioni ricche e quelle povere, ma è evidente che oltre quarant’anni di intervento straordinario nel Mezzogiorno italiano non è servito a nulla, se non a sfamare il famelico appetito di una classe politica meridionale capace solo di politiche assistenzialistiche e clientelari, che nel governo attuale hanno trovato la sua massima espressione.

«Il Paese, purtroppo, dispone di una classe politica di basso livello e di ancor più inesistente preparazione economica, strategica e politica – commenta Giordano Riello, esponente di una famiglia della grande manifattura e giovane imprenditore in proprio, già presidente dei Giovani industriali di Confindustria -. E i risultati si vedono tutti nella loro drammatica portata, con decisioni che non si sa dove e perché vengano prese, del tutto staccate dal contesto sociale ed economico nazionale. Nel corso dell’emergenza Coronavirus è accaduto di tutto e di più, con l’estensione sconsiderata del blocco delle aziende anche a realtà dove non era necessario farlo, con l’erogazione di ulteriori dosi massicce di assistenzialismo, dopo quella iniziale con il reddito di cittadinanza, e di bonus per tutti, salvo per le realtà dove servirebbero davvero, ad iniziare per le aziende e le professioni costrette alla chiusura».

Non solo: sul banco degli imputati sale anche l’eccessiva disinvoltura con cui il governo BisConte cambia dalla sera alla mattina le regole del gioco, come nel campo dell’impatto ambientale e dell’energia. «Prendo ad esempio quanto sta accadendo con la plastica, settore dove la filiera industriale dell’Emilia Romagna è leader europea, che dovrebbe riconvertirsi tra capo e collo per via dell’imposizione di una tassa ammantata dalla necessità di tutelare l’ambiente, che finirà solo con il mettere fuori mercato migliaia di imprese e di posti di lavoro – commenta Riello -. Quando il Coronavirus avrebbe dovuto insegnare che la plastica, con le confezioni monouso igieniche, è stata un’autentica manna e che la plastica, anche quella non riciclabile, può essere validamente utilizzata per produrre energia e nuove basi chimiche, con un impatto ambientale praticamente nullo. Ma qui si continua imperterriti in una lotta demagogica contro un settore che dovrebbe essere strategico per l’economia e per la sanità nazionale».

L’Emilia Romagna rischia grosso anche in un altro settore industriale che caratterizza il distretto ravennate: quello dell’energia e delle prospezioni in mare e su terra, settore che assicura oltre 20.000 posti di lavoro altamente qualificati che con un emendamento fatto passare alla chetichella sempre per mano pentastellata verrebbero di fatto largamente affossati. Con un emendamento rubricato «semplificazione e accelerazione del Pitesai» (acronimo per indicare il cosiddetto “Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee”), si vorrebbe abbracciare interamente la proposta dei vari comitatino triv” per bloccare ogni ricerca di nuovi giacimenti di gas e di petrolio sul territorio nazionale terrestre e marino e la progressiva fermata fino alla chiusura di quelli già esistenti.

Provvedimento, quest’ultimo, che fa il paio con il progetto portato avanti dal ministero dell’Ambiente di abolire tutti gli sgravi fiscali esistenti sull’impiego di prodotti nocivi all’ambiente, ad iniziare da quelli energetici, con un bell’incremento del prelievo fiscale su gasolio, benzine, gas metano e Gpl.

«Sia chiaro che l’industria non è contraria ad una maggiore tutela ambientale, anzi – sottolinea Riello -, ma bisogna dare alla manifattura i tempi necessari per attuare una riconversione che non imponga semplicemente la chiusura di fabbriche e di posti di lavoro. Anche qui, si torna al punto di partenza, di una politica priva di strategia politica e di una visione che vada oltre il contingente, l’immeditato, con tutti i danni che ne conseguono in termini di investimenti da parte degli imprenditori italiani e stranieri in Italia».

Tornando al tema del sostegno all’economia meridionale, Riello è netto: «non si può andare avanti con le politiche assistenzialistiche attuate dalla politica degli ultimi quarant’anni di tutti i governi. Il decretoDignità” ha dimostrato la sua totale inefficacia, oltretutto distogliendo da una ricerca di lavoro attiva i percettori del reddito di cittadinanza. Se si vuole rilanciare l’economia del Sud Italia ciò passa attraverso una maggiore infrastrutturazione del territorio e, soprattutto, attraverso il taglio della pressione fiscale sulle aziende, di tutt’Italia non solo del Sud per evitare l’insorgenza di fenomeni di concorrenza sleale e il taglio della burocrazia che costituisce una tassa occulta sulla crescita del Pil nazionale. Anche perché un imprenditore del Nord od estero non va ad investire al Sud solo perché c’è l’abbattimento degli oneri sociali o delle tasse quando manca tutto il resto, ad iniziare dalle strade, dalle ferrovie, dai collegamenti digitali».

Il problema, gira e rigira, è sempre uno: l’adeguata preparazione dei protagonisti della politica, ad ogni livello. Se può essere accettabile che per un piccolo comune o una circoscrizione l’amministrazione possa essere affidata a personaggi privi di esperienza, questo non è valido per i livelli più alti, dove il saper delineare strategie è fondamentale.

«Grida vendetta vedere personaggi con solo la licenza media chiamati a gestire i fondi europei per la ricostruzione, oppure ministri che non sanno non solo l’inglese ma pure la grammatica basilare dell’italiano e, ciliegina sulla torta, la geografia quando sono preposti ad incarichi come ministri o sottosegretari degli Esteri – chiosa Riello -. La preparazione è fondamentale in ogni settore, da quello economico, industriale e politico. Nell’impresa, un neo assunto per potere utilizzare correttamente una macchina a cinque assi, oltre ad un titolo di scuola superiore, necessita anche di molti mesi di specializzazione. Vorrei vedere uno dei politici di vertice attuali messo al banco di lavoro e vedere come si comporta. Se l’Italia vuole risollevarsie lo può faredeve avere una guida politica adeguata al ruolo e al momento. Non è possibile continuare ad improvvisare prosegue Riello –, cosa che porta all’inutile spreco di pacchi di miliardi di euro come nel caso del bonus per i monopattini, che non ha alimentato la filiera produttiva nazionale, ma solo gli importatori dalla Cina. E lo stesso sta accadendo con la filiera dell’automotive, dove gli incentivi sono prevalentemente destinati ai veicoli a batteria o ibridi, dove la produzione nazionale è assente, mentre si penalizzano ingiustamente i veicoli tradizionali, che alla fine hanno un impatto ambientale inferiore a quelli elettrici, se si considera l’impiego di materiali ambientalmente pericolosi per la costruzione della batteria e per la stessa produzione dell’energia elettrica. Molto più efficiente e ambientalmente meno impattante l’utilizzo diretto di benzina e gasolio. Ma questo gli attuali politici non lo capiscono».

Tornando alla decontribuzione del 30% per le sole imprese del Sud, Riello ricorda ai ministri che li hanno proposti che «la Carinzia, il Tirolo, la Slovenia e la stessa Svizzera sono molto vicine e il loro sistema di attrazione di nuove imprese accompagnato da servizi efficienti, burocrazia non lunare e un equo peso fiscale costituisce una musa molto convincente per gli imprenditori del Nord che sono stufi di essere vessati da uno Stato capace solo di chiedere e che ti abbandona quando ne hai bisogno. Bisogna smettere di attuare politiche Nord-Sud che non giovano a nessuno e che finiscono con l’esacerbare gli animi. Io farei un passo avanti e parlerei di nuove strategie Est-Ovest. Dove per Est intendo tutte le regioni che si affacciano sull’Adriatico che dal Friuli Venezia Giulia alla Puglia hanno un sistema produttivo di qualità e all’avanguardia, capace di competere con i migliori concorrenti mondiali. Mentre per l’Ovest, la costa sul Mediterraneo si dovrebbe puntare maggiormente su uno sviluppo turistico e agroindustriale, con la produzione di più raccolti durante le stagioni e la loro trasformazione industriale per assicurarne la qualità nel tempo e l’esportabilità in tutto il mondo all’insegna del “Prodotto in Italia”. Altrimenti non se ne esce».

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