Post BisConte: la crisi politica si sta ingarbugliando

Se Renzi riesce ad andare fino in fondo alla sua scommessa si potrebbe aprire un’altra pagina. Altrimenti, la solita ammuina napoletana, in salsa Fico e Di Maio. Di Mauro Marino, nato a Peschiera del Garda ed esperto in economia

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crisi politica

Come ogni crisi politica di governo che si rispetti non si possono prevedere i risvolti, le conseguenze ed il finale.

Quando Matteo Renzi il pomeriggio del 13 gennaio 2021 in conferenza stampa ha annunciato le dimissioni dei due ministri di Italia Viva, Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, nonché del sottosegretario Ivan Scalfarotto, eravamo di fatto davanti ad una crisi di governo. Infatti, una delle quattro forze politiche che costituivano la maggioranza di governo, annunciando le dimissioni dei propri rappresentanti, usciva di fatto dalla governance, portando il governo a non avere più i voti in Parlamento, concludendo così quell’esperienza giallo/rossa voluta da Matteo Renzi e Beppe Grillo per evitare le urne e la probabile vittoria del centrodestra alle elezioni.

Quello che si non poteva immaginare a quel punto era la resistenza di Giuseppe Conte sulla poltrona di palazzo Chigi. Questo avvocato completamente avulso dalla politica che, incredibilmente, è presidente del Consiglio dal 1° giugno 2018. Dapprima nel governo giallo/verde e poi, dopo un veloce cambio di giacchetta, nel governo giallo/rosso. All’inizio Conte era poco più che un portavoce dei due vice presidenti del Consiglio, rispettivamente il pentastellato Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, che erano i veri uomini di potere del governo. Poi, man mano che passavano i mesi e cominciavano i primi contrasti tra i due leader, l’Avvocato del popolo assumeva sempre più consenso tra la popolazione iniziando a tessere quella tela di compromessi e mediazione propri della vituperata Prima repubblica. 

Successivamente, dopo l’assurdo autodafé di Salvini (di cui probabilmente si pente ancora oggi, anche se non lo ammetterà mai) di far dimettere i ministri della Lega nell’estate del Papeete 2019, Giuseppe Conte resta in sella con una capriola da perfetto equilibrista. Rimane presidente del Consiglio nel BisConte con una maggioranza completamente diversa dal Conte I. Personalmente, seguo da anni la politica, ma non ricordo a mia memoria una situazione così paradossale. Cambiano completamente le forze politiche che compongono il governo passando in un battibaleno dal centro destra al centro sinistra, ma a capo di questi due governi completamente diversi rimane sempre la stessa persona.

Ora, è fin troppo facile immaginare che senza l’assurdo gesto di Salvini del 2019 avremmo ancora il Governo che ha vinto le elezioni del 2018, ma con i “se” e con i “ma” non si fa la storia e adesso siamo in un punto di stallo. 

A rimescolare ulteriormente le carte, è arrivato il Covid-19 con tutte le sue tragiche conseguenze sia in ambito sanitario che economico. Un fatto che, per Conte, dal punto di vista politico si è rivelato un vantaggio. Perché in piena crisi economica c’è la necessità di un governo nel pieno delle sue funzioni e portare alle urne oltre 40 milioni di italiani può avere delle conseguenze devastanti dal punto di vista sanitario. Uno stato moderno, cioè, non si può permettere sei mesi di campagna elettorale quando ci sono all’ordine del giorno circa 15.000 contagi e circa 500 decessi da gestire. 

In più, dal punto di vista pratico, con la nuova composizione dei due rami del Parlamento gli scranni disponibili scenderanno da 945 a 600: molti degli onorevoli e senatori attualmente in servizio non saranno più in grado di mantenere un seggio. A questo fatto ineludibile, si aggiunge un pensierino che alberga nelle menti (e nei portafogli) di molti parlamentari in carica: sfruttando il “semestre bianco” antecedente all’elezione del Capo dello Stato, periodo che scatta alla fine di giugno prossimo e durante il quale non si può sciogliere anticipatamente il Parlamento, si può cercare di portare la legislatura alla scadenza naturale nel 2023, implementando in due anni rimanenti di circa 350.000 le finanze di molti soggetti che prima di centrare la lotteria del Parlamento erano a reddito zero. 

Per tutti questi motivi le elezioni erano e, probabilmente, saranno un qualcosa molto lontano e paradossalmente la debolezza di Conte si rivela, per lui, un vantaggio.

Tornando alle dimissioni dei ministri di Italia Viva, i più pensavano che alla fine la crisi politica sarebbe rientrata. Con Renzi che tirava la corda per avere qualche poltrona in più per i suoi e magari un alto incarico internazionale per lui (la carica di segretario della Nato prossima al rinnovo, peraltro lautamente retribuita). Come purtroppo succede quando si innesca una crisi politica le conseguenze possono essere inimmaginabili. Conte non ha rassegnato le dimissioni nelle mani del Capo dello Stato e si è messo a cercare nuove forze a sostegno della maggioranza orfana dei renziani, facendo operazione di scouting soprattutto tra le fila dei senatori, laddove i numeri sono decisamente più risicati che non alla Camera. L’operazioneneo responsabili” o “costruttori” tra le fila di Italia Viva, Forza Italia e del ricco gruppo misto non è andata come Conte e i suoi speravano e la votazione per l’ennesima fiducia prima di rassegnare le dimissioni al Senato è finita sotto la soglia si sicurezza, nonostante il supporto straordinario dei senatori a vita.

Ora la crisi politica si è ulteriormente ingarbugliata. Conte fatica a trovare senatori per implementare la maggioranza e Italia Viva dà nuovamente dei segnali (di fumo?) di disgelo. Inoltre c’è un netto rifiuto dall’ala più ortodossa dei 5Stelle e del PD a riconsiderare l’ingresso in maggioranza del partito renziano.  

Forse a questo punto la resistenza di Conte sarà vinta e lo scenario di un TerConte con ampio rimpasto non è più cosi certa, tanto che a bordo campo stanno già scaldandosi premier alternativi che abbiano la fiducia di Mattarella, ad iniziare dall’ex presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia.

La partita è ancora più nebulosa perché all’orizzonte ci sono gli oltre 200 miliardi di euro del “Recovery Plan” dove l’Italia è ancora in ritardo nell’elaborazione dei progetti. In questa situazione, quello che sembrava uno scenario impensabile, si avvicina sempre più. Le elezioni anticipate in giugno sono una possibilità molto concreta. I leader della maggioranza forti dei sondaggi le chiedono a gran voce. E Mattarella se non avrà chiarezza e numeri da parte dell’attuale maggioranza dovrà sciogliere le Camere e accompagnare al voto gli italiani.

Comunque, tutti gli scenari sono ancora possibili. Saranno i “Responsabili” o “Costruttori” e alcuni senatori di Italia Viva a salvare il governo Conte? O sarà un’altra figura a sostituire l’attuale Presidente del Consiglio? O, infine, andremo tutti a votare anche con la pandemia che a questo punto potrebbe essere anche la situazione vincente e capace di fare chiarezza in un contesto che rischia di sfociare in un contesto di immobilismo dove nessuno decide più niente?

Questo lo si vedrà nelle prossime settimane, ma bisognerà prendere per forza una strada, perché non è possibile gestire una crisi pandemica ed economica di tale portata parallelamente ad una crisi politica strisciante, raccogliendo di volta in volta qualche voto di qua o di là e mettendo nelle mani di cinque/sei senatori il destino dell’Italia.

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