Covid-19: i blocchi generalizzati all’economia servono ancora?

Studio dell’università americana di Stanford. In una comparazione degli effetti sanitari ed economici tra stati che hanno applicato il confinamento e altri no, emerge che la situazione pandemica non è mutata, ma è decisamente peggiorata l’economia nazionale.

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blocchi generalizzati all'economia

Ad un anno di distanza dalla scoperta in Italia del primo caso di Covid-19 a Codogno nella Bassa Lodigiana, con le seguenti prime zone rosse tra Lombardia e Veneto, l’arrivo dei primi blocchi alla circolazione delle persone chiuse in casa con il divieto di frequentare chicchessia per evitare il diffondersi del contagio, che lezione si è imparata dalla gestione della pandemia e, soprattutto, servono ancora i blocchi generalizzati all’economia?

Praticamente nessuna, anzi, si continua a perseverare sulla traccia fino ad oggi battuta con la chiusura di moltissime attività e la forte limitazione di altre creando non pochi problemi alle persone in fatto di vivibilità sociale e, soprattutto, di capacità di reddito, con la povertà che è schizzata ai massimi degli ultimi decenni.

Nonostante i ripetuti blocchi che hanno fatto sprofondare l’economia nazionale, la salute delle persone non ne ha guadagnato, tant’è che l’Italia ha superato la soglia psicologica dei 100.000 decessi da Covid-19, mentre l’economia nazionale è sprofondata. L’Italia è prima in Europa per numero di morti (quinta a livello mondiale) e terza per crollo del Pil (-8,8% contro la media europea del -6,4%), oltre al fatto che è l’unico Paese di quelli principali che nel 2020 non aveva ancora recuperato i livelli di ricchezza antecedenti alla grande crisi finanziaria del 2008.

Di fatto, gran parte della popolazione italiana, specialmente quella non garantita dal posto di lavoro pubblico o parapubblico o dalla pensione, con la pandemia da Covid-19 si è diventata decisamente più povera, con tanti esponenti di quella che una volta era la classe media formata da commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, che si è trovata senza reddito, senza assistenza pubblica (a differenza degli scansafatiche con il reddito di cittadinanza) e a dover fare la fila alle mense delle organizzazioni caritative per mettere assieme pranzo e cena.

A chi pensa di ricorrere nuovamente ai blocchi generalizzati all’economia e alle chiusure per cercare di arginare la terza ondata della pandemia da Covid-19, uno studio dell’Università di Stanford (una delle più prestigiose degli Stati Uniti e del mondo intero) condotto da quattro studiosi (Eran Bendavid, Christoper Oh, Jay Bhattacharya, John P. A. Ioannidis) ha valutato se le politiche fin qui tenute siano state o meno valide. Con un verdetto che apre uno scenario inquietante.

La loro tesi è stata pubblicata 5 gennaio 2021 sullo European Journal of Clinical Investigation in un articolo intitolato “Assesting mandatory stay-at-home and business closure effects on the spread of Covid-19” (“Valutazione degli effetti sull’obbligo di stare a casa e della chiusura delle attività sulla diffusione del Covid-19”). Lo studio indaga gli effetti delle misure restrittive non sanitarie per calcolare gli effetti degli obblighi di chiusura o di limitazione di molte attività. Le conclusioni dello studio sono chiare: i benefici delle misure restrittive più forti meritano un attento approfondimento a causa dei potenziali effetti nocivi che possono avere sulla salute delle persone, riferendosi in particolare alla loro nutrizione e alla salute mentale (durante i confinamenti il numero dei suicidi e degli abusi domestici è cresciuto), oltre sulla mancata cura delle patologie non Covid-19 con le conseguenti ricadute economiche.

La ricerca si è concentrata su 10 paesi (Inghilterra, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Corea del Sud, Svezia e Stati Uniti) otto dei quali hanno adottato misure fortemente limitative delle libertà personali e delle attività imprenditoriali, mentre due (Corea del Sud e Svezia) hanno deciso di non ricorrere al confinamento domestico delle persone e al blocco delle attività commerciali.

Secondo la ricerca dell’Università di Stanford, in 16 comparazioni effettuate dalle misure più restrittive adottate la curva del Covid-19 non è affatto migliorata rispetto a quelli che non le hanno adottate, anzi: l’andamento epidemiologico è stato pressoché simile, evidenziando come i vantaggi di carattere sanitario non siano stati affatto proporzionali ai pesanti danni economici indotti dal blocco o dalla limitazione forzata di molte attività. Di fatto, i blocchi generalizzati all’economia non hanno contribuito a limitare la diffusione del contagio e questo dovrebbe far indurre ad una riflessione coloro che stanno decidendo se mandare nuovamente in blocco per almeno altre due settimane gran parte del Paese.

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