Il vero stato d’animo di una barista trentina

Gianfranco Merlin, rappresentante trentino del movimento “#IoApro” rilancia e commenta un appello di una esercente perginese con due figli, due fitti, un mutuo e un futuro molto incerto Di Gianfranco Merlin, esponente del movimento #IoApro

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barista trentina
La titolare de "La Betola", Martina Fruet.

Martina Fruet è una barista trentina titolare del barLa Betola” di Pergine e nel leggere il suo accorato appello pubblicato sui social mi sono commosso perché rappresenta una realtà che tanti, troppi non conoscono e che sottovalutano colpevolmente.

Ecco il contenuto integrale dell’appello della signora Fruet.

«Io cerco sempre di fare la cosa giusta… Ieri ho deciso di tenere aperto il bar, come molti in Italia stanno cominciando a fare».

«In un anno di pandemia le cose non sono cambiate: siamo al punto di partenza, noi baristi e ristoratori siamo il settore più penalizzato, come tutti sanno…»

«Svegliamoci ragazzi, diamoci una mano! Se ci mettiamo tutti insieme possiamo farci sentire, se siamo in pochi ci fanno fuori…»

«Ora più che mai colleghi, uniamo le forze! Aprite i vostri locali! dobbiamo lavorare, è un nostro diritto!»

«Io sono sola con due figli, due affitti, un mutuo, e molte altre spese… Devo e voglio lavorare! Oggi ho preso un verbale da parte della polizia municipale, una chiusura di due giorni, una visita prolungata da parte dei carabinieri che hanno sanzionato i miei clienti, che nonostante tutto sono rimasti con me e mi hanno sostenuta, e per questo vi ringrazio tutti di cuore».

«Domani sarò nel mio bar e lavorerò. Lo faccio per i miei figli, per me e per tutti voi. Lavorare è un nostro diritto!!!»

Come avete potuto leggere, è un appello proveniente dal profondo dell’anima di un imprenditore, di un esercente di uno delle tante migliaia di pubblici esercizi che sono stati costretti alla chiusura dal governo senza la garanzia di alcun equo sostegno economico.

Un appello che ieri mi ha spinto ad andare a trovarla nel suo esercizio perginese, dove sono giunto subito dopo la dipartenza della pattuglia dei Carabinieri che le avevano comminato l’ennesima sanzione per la violazione di un obbligo assurdo oltre che costituzionalmente illegittimo. Sanzione estesa anche ai clienti che frequentavano il bar in quel momento.

Cara Martina, nel tuo accorato sfogo affermi che «ho deciso di aprile perché sono sola, due affitti, un mutuo, e molte altre spese… Devo e voglio lavorare!» Sappi che vedendoti in quelle condizioni mi hai toccato l’anima nel profondo, mi hai fatto sentire orgoglioso di te, del tuo coraggio e di essere italiano (era da un po’ che non lo provavo…), del tuo coraggio di donna che lotta contro una forza che si reputa superiore comodamente assisa su laute indennità di funzione e di stipendi pubblici garantiti senza alcun rischio d’impresa.

Cara Martina, sappi che non sei sola e tanti tuoi colleghi iniziano a capire che a forza di divieti non si può andare avanti e iniziano a seguire il tuo esempio. Tutte le volte che potrò, passerò da te a portarti la mia vicinanza, la solidarietà di #IoApro, spargerò la voce perché anche tanti altri facciano lo stesso e tornino a frequentare gli esercizi pubblici che aprono nonostante i divieti.

Ti dirò di più: il tuo esempio mi ha ricordato per un attimo la vicenda di Fabrizio Quattrocchi, quell’italiano finito trucidato dal barbaro islam non prima di avere pronunciato uno storico «Vi faccio vedere come muore un italiano», dove, in questo caso, a morire rischiano decine, centinaia, migliaia di attività come la tua.

Ecco, ora capisci perché ieri ti ho stretto abbracciandoti lungamente. Sei una piccola, grande donna dagli occhi disperati ma vispi, che credi nel tuo lavoro che qualcuno vorrebbe toglierti. Sei una dei nostri sempre più tanti eroi. Grazie.

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