Previsioni economiche Confindustria: rimbalzo Pil 2021 limato al +4,1%

Gentiloni: «politica economica europea ferma sull’azione di sostegno con la sospensione del patto di stabilità ad almeno tutto il 2022». 

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Confindustria ha presentato il rapporto sulle previsioni economiche di primavera (“Liberare il potenziale italiano. Riforme, imprese e lavoro per un rilancio sostenibile”) realizzato dal Centro studi, con una previsione di crescita del Pil per il 2021 limato al 4,1%, in calo dello 0,7% rispetto alle precedenti stime, in uno scenario di «incerta risalita dalla voragine».

La sfida a cui sono ora chiamati anche gli industriali la lancia il vicepresidente dell’Unione Europea, Paolo Gentiloni: «oltre al tempo della cura deve essere anche il tempo del coraggio che non è mai mancato alle imprese italiane»; si rischia di perdere «una grande occasione» se ci sarà un semplice recupero parziale di quanto perso, in quel 4% del rimbalzo atteso nel 2021 dovrà esserci qualcosa di più, ad iniziare – secondo il commissario europeo italiano gli affari economici -priorità, qualità, riforme, strumenti, è ora il momento di combattere per una crescita qualitativa senza precedenti». 

Per Gentiloni, per il biennio 2021-2022 «le politiche economiche devono rimanere di sostegno. E’ molto probabile che la sospensione del patto di stabilità prosegua anche nel 2022», anche se il leader francese Emmanuel Macron ha fatto sapere di puntare al 2027. 

Quanto all’alto debito italiano, Gentiloni invita «ad una certa cautela»: l’Europa considera «indispensabili» le spese straordinarie sul fronte della crisi, ma «non si traducano in un aggravio permanente», sottolineando che è «meglio rischiare di ritirare troppo tardi le misure di sostegno che farlo troppo presto», assicurando che non si ripeterà l’errore commesso dopo la crisi finanziaria del 2008 di cui la Grecia è stata la principale vittima. 

Un elemento di preoccupazione ribadita anche dal presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «a fine 2022, il lungo recupero dell’economia italiana porterà alla completa chiusura del gap generato con la crisi pandemica (si prevede un -0,3% rispetto a fine 2019), ma altri grandi paesi europei recupereranno prima, la Germania già a fine 2021». Insomma, si ripete per l’Italia lo scenario post 2008, quando l’Italia non è mai uscita dalla crisi, quando gli altri paesi europei sono cresciuti anche oltre la doppia cifra. 

Gentiloni avverte a non abbassare la guardia: «guai a sottovalutare la gravità della situazione, le ferite profonde, l’incertezza. L’Europa ha di fronte anche l’altra grande sfida di fare buon uso dei fondi del “Next Generation Eu”: bisogna ratificare i piani in fretta perché la Commissione possa andare sui mercati finanziari a emettere questi bond». 

Nella fotografia delle prospettive economiche formulata dal Centro studi di Confindustria non c’è una accelerazione della crescita nel 2022 (vede un +4,2% di Pil, in linea con la stima per quest’anno) ed è solo dal prossimo anno che si prevede un recupero del numero delle persone occupate (-1,7% nel 2021 dopo il -2,8% del 2020. Nel 2022 +1,4 pari a +313.000). 

Sul fronte dell’occupazione, il vicepresidente con delega alle relazioni industriali, Maurizio Stirpe, ribadisce quanto per gli industriali sia una priorità una riforma degli ammortizzatori sociali che accompagni lo stop al blocco dei licenziamenti. Confindustria sollecita da tempo la riforma nel confronto con sindacati e Governo «ma ancora non siamo entrati nel merito della discussione. Questo mi fa pensare che continuare a ragionare sul blocco dei licenziamenti e a rimandare il momento di affrontare questo problema sia una strategia miope, ci porterà a dover affrontare più problemi» avvertendo che «si scommette che tutto tornerà come prima. Confindustria non la pensa così, pensa che bisognerà gestire in modo profondo la fase di transizione».

Le esportazioni italiane, in profonda caduta nel 2020 (-13,8%), risaliranno dell’11,4% nel 2021 e del 6,8% nel 2022, sostenute dalla ripresa della domanda mondiale. Le vendite all’estero di beni sono attese recuperare già nel 2021, grazie al rimbalzo della domanda Ue e Usa; quelle di servizi, invece, zavorrate dalla crisi del turismo, sono attese chiudere il gap solo alla fine del biennio, riprendendo slancio con l’uscita dall’emergenza pandemica nel mondo. Dopo l’ampia perdita nel 2020 (-9,1%), gli investimenti sono previsti aumentare a ritmi elevati. Nel 2021 del +9,2%, anche se gran parte del recupero è stato già ‘acquisito’ nella seconda parte del 2020. Nel 2022 oltre i valori pre-Covid (+9,7%), grazie al migliore contesto internazionale. 

Gli investimenti privati saranno frenati dal debitoemergenziale” delle imprese: secondo una simulazione econometrica Csc, un allungamento del rimborso dei debiti avrebbe un impatto positivo sul Pil di +0,3% nel 2021 e di +0,2% nel 2022. Il recupero degli investimenti sarà sostenuto da quelli pubblici, con incrementi del +19% annuo nel 2021-2022, fino al 3,6% del Pil. La ripartenza dell’economia italiana è complicata dal forte rincaro delle materie prime, accentuatosi a inizio 2021, che riguarda i metalli e gli alimentari, oltre al petrolio. Sebbene in prospettiva alcuni di questi rialzi dovrebbero essere temporanei, eserciteranno una pressione al ribasso sui margini delle imprese italiane e sul loro cash flow nel 2021, che si somma al problema di fatturati già compressi nel 2020. 

La risalita dell’economia mondiale è trainata da Stati Uniti e Cina. Invece in Europa, in Italia in particolare, la caduta del Pil è stata più forte e il recupero è atteso più lento. La crisi, quindi, ha ampliato il divario di crescita strutturale tra Europa e Stati Uniti, e tra Italia e paesi core europei. Per colmare questo ritardo di velocità occorre un cambio di passo nelle politiche per le imprese e gli investimenti, per il lavoro e la formazione. 

L’impatto della crisi è stato fortemente asimmetrico anche tra settori, tra le imprese e tra i lavoratori, anche per le trasformazioni strutturali che la pandemia ha accelerato: dal digitale all’automazione, dalla tutela della salute alla sostenibilità ambientale. Queste eterogeneità persistenti generano il rischio di una ripresa a più velocità. Ciò richiede una gestione molto equilibrata delle politiche emergenziali, che hanno assicurato la tenuta del tessuto produttivo e sociale, non solo in Italia. 

Le imprese italiane, che si erano rafforzate patrimonialmente prima della crisi, hanno fatto un massiccio ricorso ai prestitiemergenziali” nel 2020, così come è successo negli altri principali paesi europei. Lo strumento di policy maggiormente utilizzato in Europa è la garanzia pubblica per prestiti bancari, ma altre misure hanno un ruolo rilevante: in Italia, la moratoria sui prestiti pre-esistenti, specie per le PMI; in Germania, varie misure per la patrimonializzazione delle imprese, che hanno permesso un calo dei prestiti già nella seconda metà del 2020. 

Il peso del debito, misurato in anni di cash flow necessario per ripagarlo, è salito poco sopra 2 anni in Germania e a quasi 7 in Italia e Francia. Ciò può avere un impatto negativo sugli investimenti delle imprese. È allora necessario rivedere gradualmente le policy. Oltre ad allungare il periodo di rimborso dei debiti, nel lungo periodo occorre sostenere il riequilibrio della struttura finanziaria delle imprese, con la promozione di canali di finanziamento alternativi, in particolare quelli del capitale azionario. 

La politica economica in Europa ha mirato a scongiurare aumenti eccessivi della disoccupazione, con il rafforzamento, anche con risorse comunitarie (tramite il “Sure”), dei programmi nazionali di sostegno al reddito dei lavoratori in caso di riduzioni dell’attività. L’impatto della crisi sul mercato del lavoro europeo è più drammatico per i giovani e per le donne, per i dipendenti a termine e per quelli a bassa qualifica. I processi di automazione e digitalizzazione sono stati accelerati dalla crisi: l’80% dei datori di lavoro intende rafforzare la digitalizzazione e il lavoro a distanza e il 50% l’automazione del lavoro. 

Le politiche del lavoro devono essere rimodulate per aumentare l’occupabilità degli individui, compresi i lavoratori in CIG, i disoccupati, gli scoraggiati fuori dalla forza lavoro, e di facilitare la ricollocazione verso nuovi lavori e settori in espansione. I settori più colpiti dalla crisi sono quelli più connessi con le presenze turistiche. 

Nel 2020 gli arrivi turistici mondiali sono crollati di tre quarti, generando perdite pari al 2% del PIL globale e mettendo a rischio 100 milioni di posti di lavoro. Maggiormente colpite sono le categorie più deboli: giovani e donne, lavoratori meno qualificati, micro o piccole imprese. L’Italia ha una storica specializzazione turistica. Il settore, attraverso i legami con gli altri comparti, vale il 13% del PIL e il 14% dell’occupazione. 

L’Italia primeggia per arte e cultura, ma è in ritardo nelle infrastrutture di trasporto e digitali e nella capacità dei governi di definire le priorità in materia di turismo, legate alla promozione del marchio Italia e all’attrattività del Paese all’estero. Una strategia di lungo periodo necessita di una più stretta cooperazione degli attori pubblici e privati che operano nel settore. 

L’Accordo commerciale e di cooperazione tra Ue e Uk ha un compito storico: ridefinire i rapporti tra l’Unione e un ex paese membro. Gli effetti economici saranno profondi, dati i legami tra Ue e Regno Unito. Per l’Italia, le connessioni commerciali sono più forti nei settori di macchinari, sistema moda e alimentari e bevande. Inoltre, sono profondi i legami diretti, in termini di presenza di imprese multinazionali e di integrazione nelle catene globali del valore. Inoltre, le nuove regole impongono forti limitazioni all’ingresso di lavoratori e studenti Ue in Uk. Ciò avrà conseguenze rilevanti: il Regno Unito, negli ultimi cinque anni, è stata la prima destinazione degli italiani trasferitisi all’estero. In prospettiva, sono le professioni apicali quelle che saranno sempre più richieste dal mercato inglese. 

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