Rincari delle materie prime: a rischio imprese e consumatori

Confapi: «rischio di problema sociale per aumenti spesso solo speculativi». 

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I prezzi delle materie prime, sempre che si riescano a reperire, sembrano impazziti: da novembre 2020 il prezzo dell’acciaiopiù che raddoppiato; su base annua quello medio dei metalli di basesalito del 65,7%. Rincari anche del 70% nel legno e del 90% per le materie termoplastiche.

La terza ondata della pandemia è economica con pesanti ricadute sociali. Da qualche mese si è aperta una sorta di caccia grossa alle materie prime, con ulteriori, altissimi ostacoli per il mondo produttivo, che oggi più che mai avrebbe bisogno di altre basi per ripartire.

Nell’indagine di Confapi Padova su 19.000 imprese manifatturiere attive nel settore metallurgico, della plastica, del legno e delle costruzioni, moltissime sono chiamate a fare i conti col fenomeno. Fabbrica Padova, centro studi dell’Associazione, ha messo in fila alcuni dati.

Secondo l’ultimo aggiornamento del Fondo Monetario Internazionale, a marzo 2021 si registra una crescitadel prezzo dei metalli di base del 65,7% su base annua, particolarmente pesante per minerali dall’enorme utilizzo come ferro (+88,1%), stagno (+77,0%), rame (+73,4%) e alluminio (+36,0%), per non parlare dell’acciaio, con una media di aumenti che, per alcune tipologie, supera il 100%.

Discorso analogo riguarda le materie termoplastiche come il Pvc e il polipropilene, che hanno registrato aumenti del 90%. Ma anche il legname da opera ha registrato aumenti che, dallo scorso settembre, toccano il 70%. E l’impennata dei prezzi, unita all’aumento dei costi dei trasporti, fa intravedere scenari tutt’altro che rassicuranti anche in considerazione del “Superbonus 110%”, col rischio che alcune produzioni vengano sospese.

«Il punto è che la questione dei rincari non riguarda solo le aziende produttrici e assemblatrici che devono acquistare le materie prime, ma qualunque cittadino – evidenza il presidente di Confapi Padova Carlo Valerio-. E questo non soltanto perché le imprese coinvolte nella filiera sono molte di più delle 19.000 che, abbiamo stimato, sono direttamente implicate nell’acquisto di metalli, plastica e legno, ma perché a essere penalizzati, alla fine della catena, saranno proprio i consumatori. E questo perché i rincari presenti al momento dell’acquisto delle materie prime da parte delle imprese che poi si scaricheranno su di loro, come in parte sta già avvenendo».

Per Valerio «i produttori oggi rischiano di passare per “banditi”, perché da qualche parte dovranno scaricare questi rincari, ma siamo di fronte a un fenomeno su cui possono incidere poco. Davanti a un rialzo speculativo del genere è la politica a dover intervenire, anche in sede di Unione europea, per fare in modo di rendere reperibili tali beni a un prezzo calmierato valutando, ad esempio, anche se proseguire o meno con le misure restrittive all’import di prodotti siderurgici. E invece l’impressione è che la situazione stia prendendo una piega a dir poco preoccupante nell’assoluta indifferenza di chi potrebbe e dovrebbe fare qualcosa».

Quali sono le cause dei rincari? Tante e in parte diverse, anche se esistono elementi che accomunano i vari settori. Tra i fattori più rilevanti c’è sicuramente la forte ripresa economica e sanitaria della Cina e di altri paesi asiatici, che non hanno perso tempo nell’accaparramento delle materie prime, seguiti dagli Usa.

All’aumento dei prezzi hanno contribuito anche cause di forza maggiore come uragani e gelate (tra cui quella che in Texas che ha fermato diversi impianti di lavorazione), oltre che la speculazione di molti fondi specializzati nelle materie prime, che hanno approfittato dei prezzi bassi registrati nel mondo con lo scoppio della pandemia. Una speculazione evidente, dal momento che le quotazioni hanno raggiunto livelli ben superiori a quelli che l’attività reale permetterebbe di raggiungere senza “influenze esterne”.

A queste cause vanno aggiunte la debolezza del dollaro e le politiche di ripresa e rilancio dei paesi avanzati, e l’accelerazione sul fronte transizione ecologica e digitale, che implica un’accresciuta domandadi rame e plastica e di alluminio/acciaio e altri materiali sul fronte edilizia, mezzi di trasporto e consumi privati.

Da considerare anche l’aumento dei costi dei trasporti dalla Cina all’Europa, che come conseguenza ha avuto anche quella di riportare alcune produzioni nel Vecchio Continente, che ha aumentato la richiesta materie prime.

La diminuzione di consumo del petrolio causa mancati spostamenti per Covid-19 ha inoltre ingenerato una carenza del 20% delle frazioni di cracking petrolifero votate alla produzione delle materie prime legate ai collanti/vernici e materie plastiche. Non sono gli unici fattori da considerare, ma di fatto si è creato quindi una sorta di collo di bottiglia che vede tanti rincorrere il poco materiale disponibile, per cui il prezzo schizza al rialzo e le forniture subiscono lunghi ritardi.

E in che misura saranno i consumatori a pagare il conto finale? Negli esempi elaborati da Fabbrica Padovasi sono presi in esame tre esempi di prodotti di largo consumo: un frigorifero combinato di 330 litri, attualmente sul mercato a 349 euro per il consumatore, potrebbe a breve arrivare a costare fino a 94,50 euro in più; una lavatrice da 6 chilogrammi di portata, oggi sul mercato a 216 euro, al consumatore potrebbe costare a breve 55,50 euro in più; e un armadio a quattro ante da 220 centimetri per 260, che al consumatore costa 305 euro, potrebbe costare 34 euro in più.materie prime

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