Post “quota 100”: l’obiettivo del governo è innalzare l’età di pensionamento

Si parla di quota 102 o 104, portando rispettivamente il ritiro dal lavoro a 64 o 66 anni. Il problema della povertà delle pensioni contributive, specie di coloro con carriere precarie e discontinue. 

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Entro la fine del 2021Quota 100va definitivamente in archivio nonostante gli strilli del suo artefice, il leader della Lega Matteo Salvini, portando con se una serie di palesi fallimenti: dal costo di applicazione (oltre 30 miliardi a regime), dei pochi beneficiari (molti impiegati maschi, specie del comparto pubblico, pochissime femmine) allo scarso rinnovamento della forza lavoro (il ricambio, per ogni lavoratore uscito, è stato di meno di metà, contro i promessi 3).

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Ora ci s’interroga su come nonsaltare” subito a bordo della norma che verrebbe a vivere, ovvero quella legge Fornero che ha portato l’età minima di pensionamento a 67 anni: nel giro di una sola notte, crescerebbe di ben 5 anni l’età minima per andare in pensione.

Il problema è anche quadrare i costi post “quota 100” visto che la quota pensioni già oggi assorbe il 32% del bilancio statale, con una tendenza a crescere fino al 35% (dai 287,6 miliardi del 2021 si passerà ai 296,2 miliardi del 2022, ai 304,7 miliardi del 2023 e ai 312,4 miliardi del 2024, con un incremento complessivo superiore a 50 miliardi nell’arco del triennio): decisamente insostenibile.

Se alle barricate iniziali della Lega ora si apre ad una trattativa, dal fronte sindacale invece si cerca di tenere duro su quota 62 anni, magari aprendo a qualche penalizzazione sul lato dell’ammontare delle pensioni, specie per coloro che hanno il calcolo interamente basato sul sistema contributivo.

Comunque sia, è gioco forza andare verso un innalzamento dell’età di ritiro dall’attività lavorativa, magari fermandosi a 65 anni invece dei 67 della Fornero, da centrare con un cammino di sei anni invece di 2, anche per evitare che chi è a un passo dall’agognato riposo non riesca mai a farlo, con l’obiettivo che si sposta sempre un passo oltre.

Attorno alle pensioni ruota anche un altro tema che rimane sempre nelle retrovie di “quota 100“: l’ammontare delle future pensioni calcolate interamente con il metodo contributivo, specie per coloro che hanno carriere precarie e discontinue. Se con il sistema retributivo uno accumulava un trattamento pensionistico pari al 2% del proprio reddito lordo per ogni anno di servizio maturato (con il tetto dell’80% con 40 anni di servizio), con il contributivo si finisce con l’incassare il montante pensionistico rivalutato derivante da tutti i versamenti effettuati nel corso della vita lavorativa moltiplicato per una serie di coefficienti crescenti man mano che cresce l’età di pensionamento.

Con i coefficienti valevoli per il 2021-22, ad esempio, chi va in pensione a 65 anni lo fa con un coefficiente del 5,22%. Ciò comporta che per ogni 100.000 euro di montante maturato una pensione di 5.200 euro lordi all’anno, con la conseguenza che se si volesse arrivare ad avere una pensione di circa 1.500 euro netti al mese serve avere accumulato un capitale rivalutato di almeno 400.000 euro. Una soglia decisamente elevata, molto più di quanto versato da chi, in media, va in pensione con il sistema retributivo, che porta ad uno scenario di pensionimediamente povere, con trattamenti che non arrivano più al 70-80% dell’ultimo stipendio, ma attorno al 50% e anche meno.

La vulgata comune è rivolta alla pensione integrativa, alimentata dalla quota del Tfr e da versamenti del lavoratore, ma anche così la quota integrativa nonspinge” la pensione complessiva oltre il 60-65%, sempre ammesso che un lavoratore abbia la possibilità di effettuare versamenti integrativi.

Per una mera ragione di equità intergenerazionale, sarebbe opportuno che ai trattamenti pensionistici già in essere, soprattutto quelli che sono largamente superiori al capitale effettivamente versato, fosse applicato un prelievo di solidarietà da devolvere per alimentare un fondo per rimpinguare le pensioni contributive, magari con la compartecipazione dello Stato, così come è sempre stato per gran parte dei trattamenti retributivi.

Ecco come la graffiante matita di Domenico La Cava interpreta la situazione.quota 100

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