10 anni dai provvedimenti lacrime e sangue del governo Monti

Il 6 dicembre 2011 i primi decreti per “salvare” il Paese con una cura che hanno finito quasi per ucciderlo. 

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Sono passati 10 anni da quel 6 dicembre 2011 quando il governo di Mario Monti, entrato in carica il 15 novembre 2011, mise mano a quella manovra lacrime e sangue per cercare di raddrizzare la rotta della barca Italia, finita sotto la linea di galleggiamento sotto la spinta della speculazione internazionale che ha affondato il governo di Silvio Berlusconi, complice anche quella “manina” da parte del colle più alto che ha preso la palla al balzo per mettere fuori gioco un avversario politico.

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Per la sua “missione”, Monti pretese la nomina a senatore a vita prima di assumere l’incarico – non dopo come sarebbe stato logico – da parte dell’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ex leader dell’ala dei riformisti del PCI.

Monti si mise all’opera con eccessivo zelo, infliggendo al Paese una cura talmente forte – che arrivava solo dopo qualche mese dall’ultima manovra di Giulio Tremonti da 45,5 miliardi, quasi da finire per ucciderlo, tanto da inguaiare gli italiani per gli anni a venire, visto che dopo 10 anni l’Italia è ancora l’unico tra i grandi paesi internazionali a non avere ancora recuperato il livello ante crisi finanziaria dei mutui sub prime americani del 2007-2008, senza considerare il fatto che in questo lasso di tempo gli stipendi reali degli italiani sono stati gli unici ad andare in perdita, quando quelli degli altri paesi sono cresciuti a doppia cifra.

La politica di rigore di Monti, con l’eccessiva tassazione patrimoniale sugli immobili ha fatto crollare il PIL. A ciò si è aggiunta la legge Fornero sulla pensione portata a 70 anni, che ha creato disagio sociale e sfiducia perché le norme erano retroattive, ledendo i diritti di pensionamento stabiliti in precedenza creando il fenomeno degli esodati, lavoratori pensionati nel frattempo senza l’età della nuova legge ed impossibilitati a rientrare al lavoro.

Il declino del PIL italiano in termini reali, cioè al netto dell’inflazione, fu di 2,3 punti nel 2012 e di altri 1,9 nel 2013. In totale di 4,30 punti. Dal 2014 al 2019 il Pil è cresciuto di +0,1 nel 2014, di +0,8, nel 2015, di +0,9 nel 2016, di +1,6 nel 2017, di +0,9 nel 2018 e di +0,3 nel 2019 prima della pandemia che ha fatto registrare un nuovo crollo di oltre il 9%.

Prima del defenestramento di Berlusconi, nel 2011, il debito pubblico era al 120% del PIL. Nel 2019, culmine dei governi di salute pubblica, il rapporto debito/PIL era arrivato al 134,8%: un peggioramento di 15 punti in 10 anni.

A Monti si ricordano anche le clausole di salvaguardia, con riduzioni automatiche della spesa pubblica – che si è ripercossa sugli investimenti in infrastrutture, ricerca e anche sulla spesa per la sanità – che hanno privato il Paesedi quello spazio finanziario minimo necessario per la crescita.

E dopo 10 anni da quei nefasti effetti, il senatore a vita per meriti imprecisati Mario Monti pontifica ancora urbi et orbi, pretendendo di dare lezioni, quando a finire dietro la lavagna dovrebbe essere proprio lui.

Ecco come la graffiante matita di Domenico La Cava interpreta la situazione.monti

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