Montagna, bene la nuova legge ma il Pnrr va cambiato

Bond: «il Fondo in via di approvazione porta 100 milioni nel 2022 e 200 negli anni successivi». Bussone: «il Piano di ripartenza non soddisfa le esigenze della montagna». 

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Il 2022 potrebbe essere l’anno di svolta per la montagna e le popolazioni che l’abitano tra mille difficoltà e svantaggi rispetto a quelle della pianura e delle città metropolitane, con l’entrata in vigore del Fondo per lo sviluppodelle montagne italiane, cui potrebbe aggiungersi anche l’effetto del Pnrr se solo venisse adeguato agli effettivi bisogni delle “terre alte”.

Per il deputato di Forza Italia, Dario Bond, «la dotazione finanziaria prevista per la montagna è importante e costituisce un risultato storico, una base di partenza concreta per dare valore alle “terre alte”, contrastando in maniera efficace il fenomeno dello spopolamento e la legge quadro sulla montagna, pronta ad approdare alla discussione parlamentare già a febbraio prevede l’istituzione di un “Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane” con una dotazione di 100 milioni per il 2022 e 200 milioni per gli anni successivi a decorrere dal 2023».

«Si tratta di una dotazione strutturale, e questo è il dato più importante, perché significa che la montagna non viene valorizzata a spot, ma in maniera continuativa – sottolinea Bond -. Solo così si può mettere mano per davvero al problema dello spopolamento, che riguarda in maniera indistinta tutte le aree montane, alpine e appenniniche, ad eccezione delle Province autonome. Il che significa che avere le risorse per i servizi sui territori fa la differenza per le popolazioni locali. Il Fondo nella ratio della nuova legge ha proprio la funzione di finanziare interventi per la tuteladelle risorse ambientali dei territori montani, per interventi di carattere socio-economico a favore delle popolazioni residenti e anche per progetti di sviluppo delle attività agro-silvo-pastorali. È il modo migliore per dare motore alle potenzialità della montagna, perché le attività agricole e pastorali sono funzionali anche alla crescita del turismo».

Altro dato positivo che emerge dalle bozze della nuova legge secondo Bond «è la previsione di finanziamenti precisiper le province, a partire dai fabbisogni standard, con dotazioni a crescere fino al 2030. È la strada giusta, perché solo ridando la gestione agli enti di area vasta, e avvicinando così la soluzione dei problemi ai singoli territori, si può davvero contrastare lo spopolamento e garantire un futuro alle “terre alte”. Ora aspettiamo che la legge arrivi in Parlamento, consapevoli che le basi di partenza sono buone».

Se per il Fondo la strada appare in discesa, viceversa per il Pnrr le cose si fanno complicate per le zone di montagna, come denuncia il presidente dell’Uncem, Marco Bussone: «il Pnrr non sta funzionando e le delusioni sono forti da parte del sistema dei sindaci dei comuni montani e di Uncem. Abbiamo confidato e operato per avere tutt’altre modalità di attuazione, almeno dei primi bandi che sono stati emanati. Quattro dossier Uncem, di proposte e supporto ai ministeri e alle agenzie private che hanno importanti incarichi per realizzare i bandi e gestirli, parlano chiaro. Palazzo Chigi si è distratto – afferma Bussone -. Avremmo voluto un’azione diversa per spendere 191 milioni di euro. Mentre sta funzionando il piano complementare per il sisma, unica cosa efficace, troppe misure del Pnrr hanno criteri di selezione e attuazione inspiegabili, fuori dalla realtà. A partire da quello sulle scuole, in cui viene impedito ai comuni di utilizzare i progetti che erano già stati montati e allestiti grazie al bando del fondo statale progettazione ad esempio, oppure quello sui borghi in cui le regioni devono individuare, non si capisce bene come, 20 borghi dotati di 20 milioni di euro ciascuno e poi altri 229 borghi che avranno solamente 1,6 milioni di euro. Rischiamo, sul piano dei borghi, di buttare via 1 miliardo di euro».

Secondo l’Uncem a finire punite dal Pnrr, specie sulla rigenerazione urbana sono soprattutto le realtà del Nord Italia: «il Nord viene totalmente penalizzato senza motivo. Su troppe componenti, abbiamo uno switch di risorse tra leggi bilancio e Pnrr. Come sulla rigenerazione urbana, sulle opere per i comuni, sull’alta velocità ferroviaria. Serve un complessivo cambio di passo e crediamo che Palazzo Chigi con il MEF debbano ascoltare i sindaci dei piccoli comuni che sanno bene come si lavora sul territorio per generare sviluppo, coesione, riorganizzare servizi, opportunità per le comunità. Sul Pnrr è tutto da rifare».

Il grido d’allarme lanciato dall’Uncem è raccolto dal deputato di Forza Italia, Roberto Caon: «il Pnrr non deve dimenticare il Nord. Ne va del futuro di tutti e dell’interesse nazionale, compreso quello delle regioni meridionali. Mi aggiungo all’appello lanciato da Anci Veneto: i comuni veneti, da sempre virtuosi hanno pieno diritto ad attingereal Pnrr per i progetti presentati. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza serve a modernizzare il Paese, a costruire una rete di infrastrutture efficaci, in modo da affrontare le sfide del futuro. Premiando solo alcune aree significa penalizzare le regioni in cui si produce il Pil e questo mette a rischio il nostro debito pubblico. Non si può chiedereal Nord di pagare senza avere niente in cambio».

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