Il brusco rallentamento dei consumi fa crollare la crescita del Pil

Report del Centro studi Unimpresa. Vendite al dettaglio in discesa a causa della guerra. Il Pil italiano sotto il 3% nel 2022, crescita ridotta anche nel 2023. 

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economia italiana

La maggiore incertezza generata dalla guerra in Ucraina, il rincaro dei prezzi e il parziale spostamento delle scelte dei consumi dai beni ai servizi portano ad un brusco rallentamento dei consumi al dettaglio da parte delle famiglie italiane nei prossimi mesi. Tale andamento dei consumi cagionerà un inevitabile calo della crescita economica prevista per il 2022 e anche per il 2023.

Lo segnala il Centro studi Unimpresa, ricordando che a gennaio, quando il conflitto tra la Russia e l’Ucraina non era ancora iniziato, le vendite al dettaglio erano già calate dello 0,5% su base mensile, spinte al ribasso sia dalla diminuzione degli acquisti di beni alimentari (-0,1%) sia di quelli non alimentari (-0,8%). Il conflitto tra la Russia e l’Ucraina non sembra risolvibile nell’arco di un breve periodo, ragion per cui le ripercussioni sull’economia dell’area euro e dell’Italia in particolare saranno rilevanti.

La crescita del Pil italiano sarà assai meno positiva rispetto alle stime di inizio anno, probabilmente ben al di sotto della soglia del 3%. È verosimile che la guerra eroderà oltre un punto e mezzo percentuale di crescita: venerdì prossimo si chiuderà la quarta settimana di guerra e questo ampio lasso di tempo lascia intravedere ancora un periodo lungo prima di una eventuale conclusione del conflitto.

«In questo quadro, il fattore maggiormente negativo è il rincaro dei prezzi dei beni energetici: l’aumento del costo del gas, dell’energia elettrica e dei carburanti per i veicoli ha un duplice effetto sulla spesa delle famiglie, poiché incide sia aggredendo il reddito disponibile sia riducendo le prospettive di fiducia. Il governo dovrà gioco-forza rivedere i suoi piani nel Documento di economia e finanza che sarà presentato, in anticipo rispetto al calendario standard, alla fine di questo mese» osservano gli analisti di Unimpresa.

«Le misure approvate venerdì dal governo per compensare l’impennata dei prezzi dell’energia e dei carburanti sono l’ennesimo pannicello caldo, sono insufficienti per risolvere un problema sia da un punto di vista temporale sia da un punto di vista di importo – osserva il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara -. Il decreto si fonda su un impianto alla “Robin Hood”, cioè con un prelievo fiscale aggiuntivo sugli extra profitti delle aziende che vendono prodotti energetici, ma questo tipo di intervento spesso si rivela poco efficace, forse fallimentare, oltre a calpestare palesemente le più elementari regole di mercato».

Secondo Ferrara «il quadro con cui è indispensabile confrontarsi è critico: le imprese italiane devono far fronte a un rincaro dei costi energetici rilevante che ha già portato, in molteplici situazioni, a un blocco della produzione. In assenza di misure più robuste, le fabbriche resteranno chiuse e ci saranno contraccolpi negativi per il prodotto interno lordo e anche sul versante dell’occupazione. Anche per quanto riguarda le famiglie, il decreto legge si traduce in una mancetta che non dà il necessario respiro e compensa solo in parte il rincaro dei carburanti».

Ancora una volta emerge in modo ineludibile come per il rilancio dell’economia e fermare il brusco rallentamento dei consumi ed evitare di cadere nella stagflazione sia necessario dare un drastico taglio al peso fiscale gravante sull’energia, ad iniziare da quello sui carburanti che pesa per 37 miliardi all’anno, cifra facilmente assorbibile dal bilancio dello Stato tagliando gli oltre 50 miliardi annui di spesa inutile e clientelare, cui s’aggiungono i 20 del reddito di cittadinanza, anche a fronte dei 76 miliardi annui di gettito tributario generato dal trasporto su strada. E’ tutta una questione di opportunità e di priorità, che la politica deve scegliere tra l’immobilismo e la stagnazione, mantenendo lo status quo, e il rilancio e lo sviluppo, tagliando e rinnovando la spesa pubblica.

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