Terre rare, l’Unione europea rilancia sulla produzione continentale

La Commissione valuta di cambiare le regole per renderle più “morbide”, limitando gli oneri ambientali. 

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Per completare la transizione ecologica è necessario fare ricorso massiccio alle cosiddette terre rare che al momento sono appannaggio quasi esclusivo – con annesse pesanti conseguenze geopolitiche – della Cina, tanto da indurre l’Unione europea a rivedere l’attuale impianto legislativo a tutela dell’ambiente per ammorbidire le norme e consentire anche in Europa la ricerca e l’estrazione.

Perché le terre rare non sono affatto rare in termini di quantità, ma sono complicate ed ambientalmente impattanti da produrre. Aspetti, questi, che importano poco a realtà come quella cinese o dei paesi in via di sviluppo in Asia o in Africa con forte presenza degli interessi economici di Pechino. In Europa, dove la tuteladell’ambiente, è un aspetto importante, le cose sono più difficili, tanto da indurre ad un ripensamento delle normedi settore proprio per favorire una maggiore autoproduzione ed indipendenza dal monopolio di fatto cinese.

Fino ad ora, i paesi occidentali ed in particolare quelli europei non si sono fatti problemi a ricorrere solo all’acquisto dei materiali che servono alla transizione ecologica senza preoccuparsi del relativo impatto ambientale derivante dalla loro produzione per il solo fatto che ciò non interessava i loro paesi e la loro opinione pubblica. Certo, i numeri sono impietosi: nel 1993 gli Usa lavoravano il 33% di questi materiali, la Cina il 38%. Nel frattempo oltre il 90% della produzione si è spostato in Asia.

Per ovviare a questo scenario, paesi come Australia, Canada, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Corea del Sud, Stati Uniti, Svezia, Regno Unito e la Commissione europea hanno annunciato il lancio di un’alleanza per rafforzare la sicurezza delle catene di fornitura delle terre rare. La “Minerals Security Partnership” vuole vincere la doppia sfida dell’aumento della domanda e diminuire la dipendenza dalla Cina che, da parte sua, punta a mantenere e rafforzare il dominio sui materiali strategici a danno dei Paesi occidentali.

In Europa, Commissione sta pensando alle strategie per aumentare la produzione interna, passando soprattutto per una revisione delle norme ambientali relative all’estrazione e alla produzione dei metalli strategici come litioe cobalto. Le ricerche condotte negli ultimi anni evidenziano un notevole potenziale produttivo continentale, al momento ancora non utilizzato, che potrebbe soddisfare almeno parte della domanda europea di terre rare che al 2030 è attesa quintuplicare rispetto ad oggi, con la domanda globale di litio attesa aumentare di sessanta volte da qui al 2050, quella di cobalto e grafite, quindici. Oggi l’Ue produce l’1% delle batterie al litio su scala mondiale, mentre la Cina, forte delle sue catene di approvvigionamento globali, ne fabbrica il 66%.

Secondo il Joint Research Centre europeo gli stati europei hanno il più basso grado di investimento in attività minerarie rispetto a qualsiasi altra grande regione. A questo proposito netta l’affermazione del commissario europeo per il mercato interno, Thierry Breton, secondo cui «troppo spesso siamo quasi interamente dipendenti dalle importazioni, mentre la geopolitica delle catene di approvvigionamento è sempre più instabile. Preferiamo importare da Paesi terzi e chiudiamo gli occhi sull’impatto ambientale e sociale, per non parlaredell’intensità carbonica delle importazioni. Ma l’estrazione mineraria in Europa non deve essere un affare per forza sporco».

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